
Se il conflitto in Iran dovesse protrarsi fino alla fine dell’anno, per l’economia italiana si profilerebbe uno scenario estremamente critico. Il prolungarsi della crisi, accompagnato da una chiusura duratura dello Stretto di Hormuz, determinerebbe un’impennata dei prezzi energetici senza precedenti: petrolio e gas potrebbero arrivare a crescere fino al +133%, innescando un effetto a catena su prezzi e costi lungo tutta la filiera economica.
Per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di energia, le conseguenze sarebbero immediate e profonde. L’inflazione potrebbe salire fino a sfiorare il 6%, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e comprimendo i consumi. Parallelamente, il prodotto interno lordo scivolerebbe in territorio negativo, con una contrazione stimata intorno al -0,7%, segnando l’ingresso in una fase recessiva. A pagarne il prezzo sarebbero anche i salari reali e l’occupazione, destinata a rallentare fino quasi a fermarsi.
Il peso sulle imprese e il nodo energetico
L’impatto non si fermerebbe alle famiglie. Il sistema produttivo italiano subirebbe un aggravio significativo dei costi, con una bolletta energetica più cara di circa 21 miliardi di euro. Questo incremento si tradurrebbe in una perdita di competitività rispetto ai concorrenti internazionali, con l’incidenza dei costi energetici che passerebbe dal 4,9% al 7,6%.
È questo lo scenario peggiore delineato dal Centro Studi Confindustria, che nel suo ultimo report evidenzia come la struttura economica italiana sia profondamente legata alla stabilità geopolitica. Energia e commercio internazionale rappresentano due leve fondamentali, e qualsiasi shock prolungato rischia di produrre effetti sistemici difficili da assorbire.
Lo scenario intermedio: stagnazione e rallentamento
Accanto all’ipotesi più severa, il Centro Studi traccia anche uno scenario intermedio, in cui il conflitto si estende fino a giugno 2026. In questo caso, gli effetti resterebbero pesanti ma più contenuti: i prezzi dell’energia aumenterebbero di circa il 60%, spingendo l’inflazione al 4,3%.
L’economia italiana entrerebbe in una fase di stagnazione, con il Pil fermo rispetto al 2025. I consumi diventerebbero più incerti, gli investimenti rallenterebbero e soprattutto l’export subirebbe un’inversione di tendenza, passando da una crescita modesta a una contrazione intorno al -0,7%. Anche il mercato del lavoro risentirebbe del quadro complessivo, con un’occupazione sostanzialmente bloccata.
Lo scenario ottimista: effetti contenuti
L’ipotesi più favorevole è quella di una rapida conclusione delle ostilità, entro la fine di marzo. In questo caso, gli effetti sull’economia sarebbero relativamente limitati: i prezzi energetici crescerebbero di circa il 12%, mentre l’inflazione si attesterebbe intorno al 2,5%, un livello ancora compatibile con gli obiettivi della Banca centrale europea.
Il Pil resterebbe positivo, pur con una crescita contenuta (+0,5%), e il sistema produttivo riuscirebbe ad assorbire l’urto senza conseguenze strutturali. Uno scenario che riporterebbe l’economia italiana in una condizione vicina alla normalità, pur in un contesto internazionale ancora fragile.
L’allarme di Confindustria: rischio crisi energetica senza precedenti
Le simulazioni sono accompagnate da un avvertimento chiaro. Il direttore del Centro Studi Confindustria, Alessandro Fontana, sottolinea il rischio di una crisi energetica senza precedenti: più a lungo durerà il conflitto, maggiori saranno le ricadute sull’economia globale e nazionale.
Sulla stessa linea il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che chiede interventi immediati e strutturali per sostenere imprese e industria. Tra le misure ipotizzate figurano strumenti già utilizzati durante la pandemia, come gli Eurobond, e interventi diretti sul costo dell’energia. In questo contesto, viene rilanciata anche la richiesta di sospendere temporaneamente il sistema delle quote di emissione (Ets), il cui costo è cresciuto in modo significativo negli ultimi anni.
Secondo Confindustria, l’urgenza è duplice: contenere l’impatto sulle bollette delle famiglie e, soprattutto, evitare che l’aumento dei costi energetici spinga le imprese a ridurre la produzione o a delocalizzare. Una dinamica che, se non governata, rischia di compromettere la tenuta del sistema industriale italiano.
La variabile decisiva resta dunque una sola: la durata del conflitto. Più la guerra si prolunga, più lo scenario economico si avvicina a quello peggiore.


