
L’uscita del Meridiano dedicato a Antonio Pennacchi segna molto più di una semplice novità editoriale. Nella storica collana dei Meridiani Mondadori arriva infatti un volume che raccoglie le opere più rappresentative dello scrittore pontino, consacrandolo definitivamente tra i grandi della letteratura italiana contemporanea. Dentro quel libro ci sono la forza narrativa di Canale Mussolini, la tensione autobiografica e politica di Il fasciocomunista, e soprattutto una voce che ha raccontato il Novecento italiano da un’angolazione laterale, popolare, ruvida, mai addomesticata. Pennacchi ha attraversato la storia, la politica, la memoria delle bonifiche e delle migrazioni interne, trasformando tutto questo in materia letteraria viva.
Il volume sarà presentato a Roma il 27 aprile 2026 alle 18.30 nella Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica, sede dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. A coordinare l’incontro sarà Giuseppe Iannaccone, con interventi di Massimo Bray, Lorenzo Pavolini, Annalisa Terranova e del ministro della Cultura Alessandro Giuli. La presenza del ministro dà all’appuntamento un rilievo che supera il perimetro puramente letterario e rende evidente il peso culturale dell’operazione: il Meridiano su Pennacchi non è solo un omaggio, ma un riconoscimento pubblico e istituzionale della centralità di uno scrittore che ha sempre avuto un rapporto difficile con le etichette e con i conformismi.
Uno scrittore fuori cornice

Parlare di Antonio Pennacchi significa parlare di uno scrittore che non è mai stato docile. La sua traiettoria umana e intellettuale ha sempre sfidato gli schemi più comodi, e la sua narrativa ha avuto la capacità rara di tenere insieme lingua, territorio, ideologia e corpo sociale. Nei suoi libri la storia italiana non è mai un fondale, ma una materia che brucia, divide, sporca, costringe a prendere posizione. È per questo che la sua opera conserva una forza particolare: non si limita a raccontare un’epoca, ma la riapre, la rimette in discussione, la restituisce in forma narrativa senza mai renderla innocua.
L’ingresso nei Meridiani ha allora un valore ancora più forte proprio perché riguarda un autore che classico, in apparenza, non voleva esserlo affatto. Pennacchi è stato uno scrittore di attrito, di frizione, di conflitto, e proprio per questo oggi appare ancora più significativo che venga accolto nella collana che per definizione custodisce i grandi autori. Non si tratta di addolcirlo o di monumentalizzarlo, ma di riconoscere che anche una voce scomoda, se davvero interpreta un pezzo profondo del Paese, finisce per diventare necessaria.
Un riconoscimento che dice qualcosa sull’Italia
C’è poi un elemento che rende questo Meridiano ancora più interessante. Pennacchi non ha raccontato l’Italia dei salotti culturali, ma quella delle periferie storiche, delle famiglie, del lavoro, della terra e delle identità contraddittorie. La sua Latina, la pianura della bonifica, i coloni, i conflitti politici e sociali non sono mai stati semplici ambienti narrativi: sono stati il laboratorio concreto di un racconto nazionale. In questo senso, dedicargli oggi un Meridiano Mondadori significa riconoscere che una parte decisiva della letteratura italiana passa anche da lì, da quella materia popolare e spigolosa che per anni è sembrata troppo irregolare per essere davvero riconosciuta fino in fondo.
La presentazione romana alla Treccani, con una platea di studiosi, intellettuali e il ministro della Cultura, dice proprio questo. Dice che Pennacchi è ormai entrato stabilmente tra i grandi autori italiani. Ma dice anche un’altra cosa, forse ancora più importante: che la letteratura, quando è viva, non serve a rendere innocui gli scrittori, ma a riconoscere quelli che hanno saputo raccontare l’Italia senza filtri e senza paura di disturbare.


