
Se nomini Sigonella la memoria corre inevitabilmente a una delle pagine più tese della storia repubblicana italiana: la notte dell’ottobre 1985 in cui il governo guidato da Bettino Craxi si oppose apertamente agli Stati Uniti di Ronald Reagan. Una crisi diplomatica – e per alcuni momenti anche militare – che oggi torna d’attualità dopo il recente diniego italiano all’uso della base siciliana per operazioni americane.
Il dirottamento dell’Achille Lauro e la trattativa
Tutto inizia tra il 7 e l’8 ottobre 1985 con il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, in navigazione tra Egitto e Israele. Un commando palestinese del Fronte di liberazione della Palestina prende il controllo dell’imbarcazione, aprendo una trattativa complessa con il governo italiano.
I sequestratori chiedono la liberazione di detenuti, mentre nella mediazione entrano attori internazionali di primo piano, tra cui Yasser Arafat e la leadership siriana. Gli Stati Uniti, guidati da Reagan, si oppongono fin da subito a qualsiasi negoziato.
Dopo ore di tensione, si raggiunge un accordo: i terroristi accettano di rilasciare ostaggi e nave in cambio di un salvacondotto. Una condizione fondamentale è che non ci siano vittime a bordo, circostanza che viene inizialmente assicurata.
L’uccisione di Klinghoffer e l’intervento Usa
La situazione cambia radicalmente quando emerge la verità: durante il sequestro è stato ucciso Leon Klinghoffer, cittadino americano di origine ebraica. A quel punto Washington decide di intervenire.
Un aereo della EgyptAir, con a bordo i sequestratori e il mediatore Abu Abbas, decolla dal Cairo. Gli Stati Uniti intercettano il velivolo nei cieli del Mediterraneo con caccia partiti dalla portaerei Saratoga e lo costringono a dirigersi verso la base di Sigonella. È a questo punto che la crisi entra nella sua fase più critica.

La notte di Sigonella: il confronto armato
Nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1985, Sigonella diventa il teatro di un confronto diretto tra Italia e Stati Uniti. Il Boeing egiziano viene fatto atterrare in una zona sotto giurisdizione italiana e circondato da militari italiani, tra carabinieri e avieri.
Pochi minuti dopo, però, anche le forze speciali americane ricevono l’ordine di intervenire per prelevare i terroristi. Si crea così una situazione senza precedenti: due cordoni armati contrapposti, italiani e statunitensi, con le armi puntate.
L’immagine dell’aereo circondato da militari su più livelli diventa il simbolo di quella notte.
Il braccio di ferro tra Craxi e Reagan
Il confronto si sposta immediatamente sul piano politico. Craxi e Reagan si parlano direttamente: il presidente americano chiede la consegna immediata dei terroristi, mentre il governo italiano rivendica la propria giurisdizione.
La posizione di Roma è netta: i responsabili devono essere processati in Italia. La magistratura interviene e dispone l’arresto dei membri del commando.
Il confronto si risolve senza uno scontro armato, ma con una soluzione che segna una parziale mediazione: i terroristi vengono arrestati, mentre Abu Abbas riesce a lasciare l’Italia e a mettersi in salvo.
Il precedente e il caso di oggi
A distanza di oltre quarant’anni, il precedente di Sigonella torna al centro del dibattito dopo la decisione del governo italiano di negare l’utilizzo della base agli Stati Uniti per operazioni legate allo scenario della guerra contro l’Iran.
Anche in questo caso, il nodo è lo stesso: la sovranità italiana sulle basi presenti sul territorio nazionale e la necessità di autorizzazione preventiva per operazioni non previste dagli accordi.
Se nel 1985 il confronto avvenne sotto la minaccia delle armi, oggi si muove su un piano diplomatico. Ma il principio resta identico: Sigonella continua a rappresentare il punto di equilibrio – spesso fragile – tra alleanza con Washington e autonomia decisionale italiana.


