
La Pasqua 2026 si apre con lo sguardo rivolto a un mondo attraversato da guerre, tensioni e fratture. In Piazza San Pietro i fedeli arrivano a piccoli gruppi, sostano in silenzio e attendono il momento dell’Urbi et Orbi. Prima di mezzogiorno c’è un tempo sospeso, fatto di attesa e riflessione. A parlare al mondo sarà Papa Leone XIV, ma prima ancora il pontefice sembra volerlo rappresentare, portandone il peso e le contraddizioni.
Il segno più forte è arrivato nel Venerdì Santo, quando Leone XIV ha guidato personalmente la Via Crucis al Colosseo, portando la croce lungo le quattordici stazioni. Un gesto fisico e concreto che restituisce alla liturgia una dimensione incarnata: la fede che si fa corpo, fatica, presenza. In quel cammino tra le rovine dell’antica Roma molti hanno letto l’immagine di un presente segnato dal dolore e dalle crisi globali.
La scena ha inevitabilmente riaperto la memoria di Papa Francesco, che negli ultimi anni del suo pontificato non aveva potuto presiedere personalmente la Via Crucis a causa della malattia, affidando alle parole delle meditazioni il compito di accompagnare il rito.
Proprio la memoria di Bergoglio resta viva in questa Pasqua. Il 20 aprile 2025, un giorno prima della sua morte, Francesco pronunciò il suo ultimo Urbi et Orbi. Non fu un discorso solenne, ma essenziale, quasi spoglio. La voce era fragile, segnata dalla lunga degenza al Gemelli per una polmonite bilaterale. Eppure ogni parola apparve carica di significato.
«Nella Pasqua del Signore, la morte e la vita si sono affrontate in un prodigioso duello, ma il Signore ora vive per sempre», fu il passaggio centrale del messaggio letto dal Maestro delle Cerimonie. Parole che oggi vengono ricordate come una sorta di testamento spirituale, sintesi di un pontificato costruito sull’idea di speranza come responsabilità concreta e mai come evasione.
Con Leone XIV la Pasqua torna a parlare anche attraverso i gesti. La Via Crucis guidata personalmente dal nuovo pontefice segna una presenza visibile e diretta. Dove Francesco, negli ultimi anni, era stato costretto alla distanza dalla fragilità fisica, Leone ha scelto la presenza del corpo. La croce diventa così il racconto di un tempo attraversato da crisi umanitarie, conflitti e solitudini diffuse.
Ad accompagnare le stazioni sono state le meditazioni di padre Francesco Patton, ma è soprattutto il gesto del pontefice a comunicare il messaggio: una Chiesa che non osserva il dolore da lontano ma lo attraversa. In quel cammino simbolico si riflettono le ferite del presente – dal Medio Oriente all’Ucraina, fino ai conflitti dimenticati di Africa e Asia.
La tensione internazionale si riflette anche a Gerusalemme, dove la Pasqua si è aperta con un segno opposto: non la presenza, ma l’impossibilità. Durante la Domenica delle Palme il cardinale Pierbattista Pizzaballa è stato respinto al Santo Sepolcro, in un clima segnato dalla guerra e dalle tensioni.
La risposta è stata la preghiera sul Monte degli Ulivi. «Vogliamo riunirci con Gesù, essere strumenti di pace e riconciliazione. La guerra non cancellerà la risurrezione, il dolore non spegnerà la speranza», ha dichiarato. Le palme sono rimaste fuori dalla città e quel vuoto ha assunto un valore simbolico: la festa che non riesce a entrare nella città diventa il segno di una storia ferita.
Ora tutto converge verso mezzogiorno di domenica 5 aprile 2026, quando Leone XIV pronuncerà la benedizione Urbi et Orbi. Nelle sue parole riecheggia già l’eredità di Francesco: «Grazie a Cristo crocifisso e risorto, la speranza non delude».
Non si tratta di nostalgia, ma di continuità. La Pasqua della Chiesa si colloca tra ciò che è stato consegnato dal pontificato di Francesco e ciò che Leone XIV è chiamato a tradurre nel presente. Tra la parola che ha illuminato gli ultimi anni e il gesto che oggi la rende visibile.
Il contesto resta quello denunciato da Bergoglio fino alla fine: un mondo segnato da conflitti diffusi, da violenze normalizzate e da una pace spesso invocata ma raramente costruita. In questo scenario Leone XIV non inaugura una rottura, ma si inserisce in una linea di continuità.
La consapevolezza che emerge da Piazza San Pietro, mentre la folla cresce lentamente, è una sola: la Pasqua non cancella il dolore del mondo, ma lo attraversa. Non lo nega, ma lo illumina. Ed è in questo spazio fragile e necessario che la Chiesa prova ancora a parlare al mondo.


