
Si apre una fase decisiva per il cuore della pubblica amministrazione italiana: il rinnovo del contratto collettivo nazionale del comparto istruzione e ricerca per il triennio 2025-2027. Presso l’ARAN è ufficialmente iniziato il confronto tra amministrazione e sindacati, segnando un passaggio che va ben oltre la semplice trattativa salariale. Parliamo di oltre 1,3 milioni di lavoratori, distribuiti tra scuola, università, enti di ricerca e alta formazione artistica e musicale. Un universo complesso e strategico, che rappresenta non solo un pilastro dell’occupazione pubblica, ma anche uno dei principali motori di crescita civile ed economica del Paese. In una prospettiva liberale e riformista, il rinnovo contrattuale assume un valore strutturale: non si tratta solo di adeguare stipendi erosi dall’inflazione, ma di ripensare il ruolo del capitale umano nella PA. L’istruzione e la ricerca non sono comparti qualsiasi: sono infrastrutture immateriali decisive per la competitività europea dell’Italia. Il negoziato in corso si inserisce inoltre in una stagione in cui la qualità dei servizi pubblici è tornata al centro del dibattito politico. Scuole efficienti, università attrattive e ricerca competitiva non possono prescindere da condizioni di lavoro adeguate, carriere valorizzate e una gestione moderna delle risorse umane.
Aumenti e arretrati: il nodo salariale tra inflazione e sostenibilità
Il primo obiettivo del tavolo negoziale è chiaro: chiudere rapidamente la parte economica del contratto. Le risorse disponibili consentono di ipotizzare un incremento medio del 5,4%, che si aggiunge agli aumenti già previsti dal precedente rinnovo 2022-2024. Si tratta di un segnale importante, soprattutto dopo anni segnati da una forte pressione inflattiva che ha ridotto il potere d’acquisto dei dipendenti pubblici. L’inclusione degli arretrati rappresenta un elemento altrettanto rilevante, perché consente di recuperare almeno in parte il ritardo accumulato nei rinnovi contrattuali. Tuttavia, un’analisi seria non può fermarsi ai numeri. In chiave di finanza pubblica, la sfida è mantenere un equilibrio tra sostenibilità dei conti e valorizzazione del lavoro pubblico. L’aumento del 5,4% è significativo, ma non risolutivo rispetto al divario retributivo con altri Paesi europei, soprattutto nei settori ad alta qualificazione come università e ricerca. La scelta di separare la parte economica da quella normativa appare, in questo contesto, pragmatica: consente di dare risposte immediate senza bloccare l’intero processo negoziale. Ma è evidente che il vero salto di qualità dipenderà dalla seconda fase. Perché il rischio, già visto in passato, è quello di limitarsi a interventi incrementali, senza affrontare i nodi strutturali: produttività, merito, mobilità interna e differenziazione delle carriere.
Oltre gli stipendi: organizzazione, mobilità e riforma della scuola
Il rinnovo contrattuale si intreccia con un’altra trasformazione profonda: quella del sistema scolastico, a partire dalle nuove Indicazioni nazionali 2025, che ridefiniscono l’insegnamento della storia e più in generale il modello educativo. Qui emerge una visione interessante ma anche discutibile: da un lato, la valorizzazione della narrazione storica e dell’identità nazionale; dall’altro, il rischio di un’eccessiva concentrazione sulla dimensione europea e occidentale. In una prospettiva europeista e progressista, l’equilibrio tra radici e apertura globale sarà decisivo. Parallelamente, si apre il capitolo della mobilità del personale ATA, con procedure complesse che coinvolgono migliaia di lavoratori. Il sistema prevede trasferimenti, passaggi di profilo e una gestione articolata delle preferenze, ma resta condizionato da vincoli, disponibilità limitate e – soprattutto – da una riduzione degli organici prevista nei prossimi anni. Questo elemento non può essere sottovalutato. Il taglio di circa 1.600 posti rappresenta un segnale che va in direzione opposta rispetto alla necessità di rafforzare il sistema educativo. In termini di politica pubblica, la contraddizione è evidente: si chiede alla scuola di innovare, digitalizzarsi e includere, ma si riducono le risorse umane disponibili. Inoltre, il tema della continuità didattica e amministrativa resta centrale. Un sistema di mobilità troppo rigido o troppo incerto rischia di compromettere la qualità dei servizi e la stabilità delle strutture scolastiche.
Una riforma necessaria: il capitale umano come priorità europea
Le prossime settimane saranno decisive. Il calendario serrato degli incontri lascia intravedere la possibilità di una chiusura rapida della parte economica, ma la vera partita si giocherà sulla riforma complessiva del comparto. Serve una visione che vada oltre il breve periodo. In un contesto europeo segnato da competizione globale, transizione digitale e sfide demografiche, l’Italia non può permettersi una pubblica amministrazione statica. Il comparto istruzione e ricerca deve diventare un laboratorio di innovazione, non un terreno di compromesso. Questo significa investire sul merito, sulla formazione continua, sulla valorizzazione delle competenze e su modelli organizzativi più flessibili. Ma significa anche affrontare con coraggio il tema delle risorse: senza un aumento strutturale degli investimenti, ogni riforma rischia di restare incompiuta. In chiave liberale e riformista, il punto è chiaro: il capitale umano è il vero moltiplicatore della crescita. E nel settore pubblico, più che altrove, la qualità delle persone determina la qualità delle politiche. Il rinnovo contrattuale 2025-2027 può essere un’occasione storica. Ma solo a condizione che non si riduca a un aggiustamento salariale. Serve una riforma profonda, coerente con una visione europea e capace di restituire centralità a scuola, università e ricerca. Perché è lì, molto più che nei numeri di bilancio, che si gioca il futuro del Paese.


