
Il tema dei conti pubblici torna al centro dello scontro politico, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che punta il dito contro il passato e, in particolare, contro le scelte del governo guidato da Giuseppe Conte. Al centro della polemica c’è ancora una volta il Superbonus, misura simbolo della stagione dei governi precedenti, che secondo l’attuale esecutivo continua a pesare in modo significativo sui conti dello Stato.
Le dichiarazioni arrivano all’indomani dell’approvazione in Consiglio dei ministri del Documento di finanza pubblica, un passaggio chiave per definire la strategia economica del Paese nei prossimi anni. In questo contesto, Meloni ha espresso apertamente il proprio rammarico per non essere riuscita a portare il deficit sotto la soglia del 3%, limite cruciale per uscire dalla procedura europea per disavanzo eccessivo.
Il peso del Superbonus sui conti pubblici
Secondo la presidente del Consiglio, il mancato raggiungimento dell’obiettivo sarebbe legato in larga parte all’impatto del Superbonus, che continua a generare esborsi miliardari per le casse pubbliche anche nel 2025. Una misura definita “sciagurata” da Meloni, che ne attribuisce la responsabilità politica al governo Conte II.
Il punto centrale della critica è che, senza questo peso, l’Italia sarebbe già rientrata nei parametri europei, ottenendo così maggiore libertà di spesa. La permanenza nella procedura di infrazione limita infatti la possibilità di investire risorse aggiuntive in settori considerati prioritari come sanità, istruzione e sostegno ai redditi più bassi.
Meloni sottolinea anche un aspetto tecnico: per centrare l’obiettivo sarebbe bastato un incremento relativamente contenuto del Pil rispetto alle stime attuali. Un margine che, secondo la premier, potrebbe emergere con le future revisioni dei dati economici da parte dell’Istat, tradizionalmente soggette a correzioni al rialzo.
I numeri del deficit e la linea del governo
Nonostante le difficoltà, il governo rivendica i risultati ottenuti sul fronte del risanamento dei conti. Quando l’attuale esecutivo si è insediato, il rapporto deficit/Pil era all’8,1%. Oggi è stato ridotto al 3,1%, un miglioramento significativo che supera anche le previsioni iniziali.
Resta però il rammarico per aver mancato di poco il traguardo del 3%, soglia simbolica e sostanziale che avrebbe consentito all’Italia di uscire anticipatamente dal regime di sorveglianza europea. Un risultato che, nelle parole della premier, avrebbe garantito maggiore capacità di spesa per lo Stato in una fase economica complessa.
Le prossime mosse: difesa e margini di flessibilità
Nel frattempo, il governo guarda anche alle prossime decisioni politiche, in particolare sulla possibilità di ottenere deroghe per alcune voci di spesa, come quelle legate alla difesa. Il ministro dell’Economia ha anticipato che a breve potrebbero arrivare scelte in questo senso, in linea con il dibattito europeo sulla necessità di rafforzare la sicurezza.
Il quadro resta però vincolato dalle regole di Bruxelles, che continuano a rappresentare un limite stringente per la politica economica nazionale. Da qui lo scontro politico, destinato a proseguire, tra chi rivendica le scelte del passato e chi ne denuncia oggi le conseguenze.
La questione del Superbonus, dunque, non è solo un tema economico, ma anche uno dei principali terreni di confronto tra maggioranza e opposizione, con implicazioni dirette sulla capacità del governo di agire nei prossimi mesi.


