
Non si era mai vista una cosa del genere: il ministro della Cultura che decide di disertare uno degli appuntamenti culturali più importanti del Paese perché non condivide le scelte del presidente dell’istituzione organizzatrice. E non un presidente qualsiasi, ma Pietrangelo Buttafuoco, figura politicamente tutt’altro che distante e, fino a poco tempo fa, considerato anche un interlocutore vicino. La decisione di Alessandro Giuli di non partecipare alla Biennale di Venezia segna dunque una rottura senza precedenti, destinata a lasciare strascichi profondi.
Dietro questa scelta clamorosa c’è uno scontro che è ormai apertamente politico, ma che affonda le radici anche in un rapporto personale deteriorato nel tempo. Il nodo centrale resta la partecipazione della Russia alla sessantunesima Esposizione d’arte, voluta e difesa da Buttafuoco nonostante le pressioni contrarie arrivate da più livelli istituzionali.
Il caso Russia e la linea di Buttafuoco
Il presidente della Biennale ha scelto di mantenere una linea autonoma, confermando la presenza russa all’interno della manifestazione. Una decisione che ha inevitabilmente trasformato un tema culturale in un caso politico di primo piano, anche alla luce del contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina.
Buttafuoco non ha fatto passi indietro, neppure di fronte alle richieste di chiarimento avanzate dal ministero della Cultura, che aveva chiesto documentazione sui rapporti con le autorità russe e sulle modalità di allestimento del padiglione.
Giuli rompe e diserta
La risposta del ministro è arrivata con una scelta netta: non partecipare né alle giornate di preapertura né all’inaugurazione ufficiale. Un gesto che ha il valore di una presa di posizione politica, ma anche di una rottura definitiva con la gestione della Biennale.
Giuli aveva già dato segnali di distanza nelle settimane precedenti, rinunciando a una visita istituzionale legata al restauro del Padiglione centrale. Ma l’assenza all’inaugurazione rappresenta un salto di qualità nello scontro.
Le pressioni europee e il fronte interno
A rendere ancora più delicata la vicenda sono le pressioni arrivate dall’Europa. La Commissione europea ha formalizzato il taglio di circa due milioni di euro di finanziamenti, motivando la decisione con l’incompatibilità della presenza russa rispetto al quadro sanzionatorio.
Anche una lettera firmata da 22 ministri europei e ucraini non è riuscita a modificare la posizione della Biennale. E sul fronte interno, il caso ha creato tensioni anche all’interno del governo, con posizioni molto critiche rispetto alla scelta di riaprire le porte a Mosca.
Una frattura politica e personale
Il dato più evidente resta però la natura della rottura. Non si tratta solo di una divergenza istituzionale, ma di un conflitto che coinvolge rapporti personali e politici costruiti nel tempo.
Il fatto che a scontrarsi siano due figure considerate, fino a poco tempo fa, non lontane sul piano culturale e politico rende il caso ancora più significativo.
Una Biennale sotto pressione
La Biennale di Venezia si ritrova così al centro di una vicenda che travalica l’arte e investe direttamente la politica nazionale ed europea. La presenza della Russia, le tensioni con Bruxelles, il braccio di ferro tra ministro e presidente: tutto contribuisce a rendere questa edizione una delle più controverse degli ultimi anni.
E la scelta di Giuli di non esserci resta il segnale più evidente di una crisi che difficilmente si ricomporrà in tempi brevi.


