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Morte da ricina, parla il medico legale: “La verità è proprio qui”

Pubblicato: 29/04/2026 17:09

Il caso delle morti di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita ha scosso profondamente la comunità di Pietracatella e l’intera provincia di Campobasso, portando l’attenzione degli inquirenti su una sostanza tanto rara quanto letale come la ricina. Le due donne, madre e figlia, sono decedute tra il 27 e il 28 dicembre scorso presso l’ospedale Cardarelli di Campobasso, dopo aver manifestato i sintomi di un avvelenamento avvenuto tra le mura domestiche. La complessità dell’indagine risiede proprio nella natura del veleno utilizzato e nella necessità di ricostruire con precisione scientifica la dinamica temporale e le modalità di assunzione. La dottoressa Pia Benedetta De Luca, medico legale incaricato dalla Procura di Larino, ha recentemente fornito importanti aggiornamenti presso l’istituto di anatomia patologica del policlinico di Bari, dove sono in corso analisi approfondite sui campioni prelevati durante le procedure autoptiche.

Analisi microscopica dei reperti

L’attuale fase dell’indagine tecnica si concentra sull’esame istologico al microscopio dei frammenti d’organo estratti dai corpi delle vittime. Questa operazione, condotta alla presenza di consulenti di parte per garantire il massimo rigore procedurale, mira a identificare segni caratteristici che possano confermare l’azione della ricina a livello cellulare. La dottoressa De Luca ha spiegato che i vetrini oggetto di studio derivano da campionamenti effettuati in due momenti distinti, ovvero il 31 dicembre, subito dopo il decesso, e il 28 gennaio. Questo doppio passaggio temporale permette di avere una visione più ampia e stratificata delle alterazioni organiche subite dalle due donne, offrendo agli specialisti una base di dati più solida per stabilire la causa definitiva della morte e il nesso di causalità con la sostanza tossica individuata inizialmente.

Manifestazioni dell’avvelenamento da ricina

Uno degli aspetti più complessi evidenziati dal medico legale riguarda la variabilità con cui la ricina agisce all’interno del corpo umano. Non è affatto scontato che l’intossicazione provochi una necrosi evidente in tutti gli organi coinvolti. La ricina è una tossina che inibisce la sintesi proteica e il suo impatto può variare sensibilmente a seconda della dose e della via di somministrazione. Gli esperti stanno dunque cercando reperti compatibili che non necessariamente si manifestano come una distruzione massiva dei tessuti, ma che possono presentarsi sotto forma di alterazioni più sottili e specifiche. La precisazione della dottoressa De Luca serve a chiarire che l’assenza di necrosi diffusa non esclude affatto la presenza del veleno, rendendo il lavoro degli anatomopatologi estremamente meticoloso nella ricerca di indicatori patologici precisi.

Determinazione dei tempi e delle modalità

Oltre all’accertamento della causa del decesso, l’obiettivo principale della Procura di Larino è quello di risalire con esattezza alle modalità dell’intossicazione e all’arco temporale in cui essa si è verificata. Al momento, gli inquirenti mantengono il massimo riserbo, ammettendo che sulle dinamiche specifiche non si conoscono ancora tutti i dettagli necessari a chiudere il quadro investigativo. Tuttavia, l’autopsia e i successivi esami istologici rappresentano lo strumento fondamentale per colmare questi vuoti. Attraverso lo studio dei tessuti, infatti, è spesso possibile dedurre se l’esposizione sia stata acuta o prolungata, fornendo indicazioni preziose su come la ricina sia entrata in contatto con le due donne nella loro abitazione di Pietracatella. Ogni frammento analizzato al policlinico di Bari contribuisce a comporre un mosaico che dovrà spiegare come una sostanza così pericolosa possa essere stata assunta fatalmente da madre e figlia.

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