
Torna a far discutere il caso della Banda della Uno Bianca, soprattutto dopo le recenti dichiarazioni televisive di Roberto Savi, ex poliziotto e capo del gruppo criminale responsabile di omicidi, rapine e attentati che tra gli anni Ottanta e Novanta terrorizzò l’Italia. A intervenire duramente è stato Alberto Capolungo, figlio di Pietro Capolungo, carabiniere in pensione ucciso il 2 maggio 1991 durante la strage dell’armeria di via Volturno a Bologna.
Nel corso della celebrazione al Senato del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi, Capolungo ha lanciato un attacco molto duro contro gli ex membri della banda, accusandoli di continuare a mentire pubblicamente e di ostacolare ancora oggi la ricerca completa della verità. Il riferimento è apparso chiaramente rivolto proprio a Roberto Savi, intervistato nei giorni scorsi in televisione, dove aveva parlato di presunti legami con apparati deviati e protezioni ricevute durante gli anni della latitanza criminale.
“Continuano a depistare”. L’accusa dopo l’intervista di Roberto Savi
“Su questo terrore sono ancora in corso indagini, ma gli assassini continuano a depistarle, andando persino in televisione a raccontare evidenti falsità e mezze verità senza alcun segno di reale pentimento”, ha dichiarato Alberto Capolungo davanti alle istituzioni e agli studenti presenti alla cerimonia.
Parole che arrivano dopo le polemiche nate attorno all’intervista concessa da Roberto Savi alla trasmissione televisiva “Belve Crime”, nella quale l’ex poliziotto ha sostenuto che la Banda della Uno Bianca avrebbe goduto di coperture e protezioni da parte di soggetti esterni. Dichiarazioni che hanno riaperto il dibattito su una delle pagine più oscure della cronaca italiana, ma che per molti familiari delle vittime rappresentano soprattutto un nuovo tentativo di alimentare confusione e sospetti.
Capolungo ha poi invitato i più giovani a studiare quella stagione drammatica della storia italiana, definendola “una maledetta storia” dentro la quale convivono “il meglio e il peggio dell’umanità”. Da una parte, ha spiegato, uomini che hanno tradito lo Stato e l’uniforme scegliendo la violenza contro innocenti; dall’altra persone che hanno sacrificato la propria vita facendo semplicemente il proprio dovere.
Il ricordo delle vittime e il peso delle verità mai chiarite
Nel suo intervento, Alberto Capolungo ha ricordato anche il ruolo di chi contribuì alle indagini e di chi invece, secondo lui, preferì tacere. “Qualcuno tra chi avrebbe dovuto trovare i colpevoli non ha saputo farlo bene e per tempo. Qualcuno ha saputo condurre indagini più accurate”, ha detto, sottolineando quanto le responsabilità individuali possano fare la differenza “tra la vita e la morte”.
La Banda della Uno Bianca, composta in gran parte da poliziotti, è stata responsabile di decine di omicidi e ferimenti tra il 1987 e il 1994, seminando il panico soprattutto tra Emilia-Romagna e Marche. Ancora oggi restano interrogativi irrisolti su possibili coperture, omissioni e collegamenti mai completamente chiariti.
Per i familiari delle vittime, però, il punto centrale resta uno: evitare che il racconto pubblico venga trasformato in una nuova occasione di depistaggio. “Noi continuiamo a lottare per questo senza lasciarci intimidire”, ha concluso Capolungo, ribadendo la richiesta di verità e rispetto per chi ha perso la vita.


