
La Corte d’Appello civile di Milano conferma lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva presentata dai legali di Acciaierie d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria, rendendo così operativo il provvedimento che, entro il 28 ottobre, impone il blocco delle attività dell’area a caldo dello stabilimento pugliese.
La decisione arriva dopo il provvedimento adottato a fine luglio e rappresenta un passaggio cruciale per il futuro del più grande polo siderurgico italiano. Per gli undici cittadini tarantini che hanno promosso il procedimento, tra cui un minore, si tratta della conferma di una linea già tracciata dal Tribunale e dalla stessa Corte d’Appello. Il principio sostenuto dai loro legali è netto: una volta fermate le attività, non sarà possibile tornare indietro.
La questione ora è soprattutto legata ai tempi. Con l’esaurimento delle scorte di materie prime, lo spegnimento progressivo degli altoforni e delle cokerie potrebbe cominciare già dalla prossima settimana. L’obiettivo sarebbe arrivare gradualmente al fermo delle attività entro la scadenza fissata dai giudici, il 28 ottobre. Una prospettiva che accelera ulteriormente una crisi industriale che da anni tiene Taranto con il fiato sospeso.
L’area a caldo rappresenta infatti il cuore del processo produttivo siderurgico. Un suo spegnimento non equivale a una semplice pausa tecnica, ma apre interrogativi pesanti sulla possibilità di riavviare gli impianti e sulla tenuta complessiva dello stabilimento. È proprio questo uno dei nodi sollevati dai legali dei cittadini: una volta premuto il pulsante dello stop, il ritorno alla produzione potrebbe diventare estremamente complesso.
La sentenza rischia così di avere conseguenze che vanno ben oltre i cancelli dello stabilimento. A essere direttamente coinvolti sono migliaia di lavoratori e un intero sistema di imprese che ruota intorno all’acciaieria. Il nuovo provvedimento mette infatti ulteriormente sotto pressione soprattutto i 2.500 lavoratori dell’indotto, per i quali incombe già una procedura di licenziamento avviata dalle aziende.
Sul tavolo ci sono dunque due esigenze difficili da conciliare: da una parte la necessità di intervenire sulla situazione ambientale e sanitaria di Taranto, dall’altra il timore che lo stop produttivo possa provocare una crisi occupazionale e industriale senza precedenti. Il pronunciamento della Corte d’Appello non scioglie questo nodo, ma rende più vicino il momento in cui le conseguenze delle decisioni giudiziarie si trasferiranno concretamente sul territorio.
Per Acciaierie d’Italia e per l’ex Ilva in amministrazione straordinaria, il rigetto della sospensiva rappresenta una nuova battuta d’arresto. L’azienda dovrà ora confrontarsi con una scadenza precisa e con la necessità di gestire lo spegnimento degli impianti in un contesto già estremamente delicato. Ogni giorno diventa quindi decisivo per capire quale sarà il futuro della produzione e, soprattutto, delle migliaia di persone che dipendono direttamente o indirettamente dallo stabilimento.
A Taranto, intanto, la vicenda continua a dividere e a mettere in tensione ambiente, salute, lavoro e continuità produttiva. Sono i quattro lati di una crisi che nessuna delle parti coinvolte è riuscita finora a ricomporre definitivamente. Il pronunciamento dei giudici rafforza le ragioni di chi chiedeva un intervento sulle attività dell’area a caldo, ma contemporaneamente accresce l’incertezza per lavoratori e imprese dell’indotto.
La prossima settimana potrebbe dunque segnare l’inizio della fase più delicata. Se le materie prime disponibili dovessero effettivamente esaurirsi, partirà lo spegnimento progressivo degli impianti, mentre il conto alla rovescia verso il 28 ottobre entrerà nel vivo. Per l’ex Ilva e per Taranto non è soltanto una scadenza giudiziaria: è un passaggio che può ridisegnare il futuro della siderurgia italiana e quello di migliaia di famiglie.


