
La Dengue continua a circolare in Italia e i numeri iniziano a delineare un quadro che richiede attenzione. I casi segnalati dall’inizio dell’anno sono saliti a 265, mentre l’Istituto superiore di sanità segnala due focolai autoctoni in Toscana e Puglia, per un totale di 24 persone contagiate senza precedenti viaggi in aree dove il virus è endemico. Un dato in netto aumento rispetto ai soli tre casi autoctoni registrati fino alla scorsa settimana.
A fare il punto è l’epidemiologo Gianni Rezza, docente straordinario di Igiene all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Secondo lo specialista, a fine agosto sono stati individuati due focolai distinti: uno nella zona di Piombino, in Toscana, dove finora sono stati rilevati almeno 20 casi, e un secondo in provincia di Lecce, in Puglia, con poco più di 10 contagi complessivi. A questi si aggiunge un caso autoctono di Chikungunya identificato a Roma.
Non è un dettaglio casuale che i focolai siano comparsi in queste aree. Piombino e il Salento sono infatti territori caratterizzati da una forte mobilità turistica, elemento che favorisce l’arrivo di persone provenienti da zone dove la Dengue è presente. A questo si sommano condizioni ambientali favorevoli, come l’elevata umidità e la presenza della zanzara tigre, il principale vettore attraverso cui il virus può essere trasmesso.
La Dengue, sottolinea Rezza, non è endemica in Italia. Perché possa iniziare una catena di trasmissione locale è quindi necessario che il virus venga prima introdotto da una persona che abbia contratto l’infezione in un Paese dove la malattia è diffusa. Una volta arrivato, può essere trasmesso dalle zanzare presenti sul territorio ad altre persone, dando origine a un focolaio autoctono.
È un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia. Ogni anno vengono osservati casi di Dengue e Chikungunya anche in altri Paesi mediterranei, proprio perché l’aumento degli spostamenti internazionali rende più semplice l’arrivo di virus trasmessi dalle zanzare. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, i focolai vengono contenuti attraverso interventi mirati di disinfestazione, interrompendo la catena di trasmissione.
Un ruolo importante lo gioca poi l’arrivo della stagione fredda. Quando le temperature minime scendono in modo significativo, il ciclo del virus viene interrotto e il patogeno non riesce normalmente a mantenersi da un anno all’altro attraverso la trasmissione locale. Per questo, secondo Rezza, un focolaio può essere eliminato senza trasformarsi necessariamente in una presenza stabile sul territorio italiano.
Il fattore che più di ogni altro favorisce l’introduzione della Dengue resta dunque la globalizzazione, e in particolare la velocità dei trasporti. In poche ore una persona infetta può spostarsi da un Paese in cui il virus circola fino a una zona italiana dove è presente la zanzara vettore. Il cambiamento climatico, tuttavia, può contribuire a modificare lo scenario: una stagione calda più lunga può aumentare sia la probabilità che si sviluppino focolai sia la loro possibile estensione.
Per questo, spiega l’epidemiologo, non bisogna confondere l’aumento dei focolai con una trasformazione dell’Italia in un Paese dove la Dengue è stabilmente presente. L’endemizzazione, almeno per ora, appare poco probabile. Ma proprio la possibilità che il virus trovi condizioni sempre più favorevoli rende fondamentale intervenire rapidamente quando viene identificato un caso autoctono, individuando eventuali altri contagi e riducendo la presenza delle zanzare.
Il messaggio degli esperti è quindi di attenzione, non di allarme. La Dengue può arrivare attraverso i viaggiatori e trovare condizioni favorevoli quando caldo, umidità e presenza di zanzare coincidono, ma i focolai possono essere contenuti se individuati tempestivamente. La sfida, conclude Rezza, è agire «sul nascere», e quando possibile prevenire la formazione stessa dei focolai: perché il vero rischio non è tanto l’arrivo occasionale del virus, quanto permettergli di trovare il tempo e le condizioni per continuare a circolare.


