
La visita di Donald Trump a Pechino si è chiusa tra sorrisi diplomatici, strette di mano e dichiarazioni rassicuranti, ma senza svolte concrete sui dossier più delicati che tengono in tensione Stati Uniti e Cina. Dopo due giorni di incontri con Xi Jinping, il presidente americano ha lasciato la capitale cinese parlando di “accordi fantastici”, senza però annunciare risultati tangibili né sul fronte commerciale né su quello geopolitico.
Sul tavolo c’erano tre grandi questioni: Taiwan, la guerra in Medio Oriente e i nuovi equilibri economici tra Washington e Pechino. Temi che hanno dominato i colloqui ma che, almeno ufficialmente, sono rimasti in gran parte senza soluzione.
Taiwan resta il vero nodo dello scontro
Il tema più delicato del vertice è stato quello di Taiwan, considerato da Pechino il dossier più sensibile nei rapporti con Washington. Xi Jinping avrebbe cercato di sfruttare il nuovo peso internazionale della Cina per ottenere dagli Stati Uniti un atteggiamento più morbido sull’isola, che Pechino considera parte integrante del proprio territorio.
Durante gli incontri, il presidente cinese avrebbe definito Taiwan la questione “più importante” nei rapporti tra le due potenze, avvertendo che una gestione sbagliata potrebbe persino portare a uno scontro diretto.
Trump però ha scelto una linea estremamente prudente. Ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti e nel comunicato finale della Casa Bianca il tema Taiwan non viene praticamente affrontato. A chiarire la posizione americana ci ha pensato il segretario di Stato Marco Rubio, ribadendo che la linea ufficiale degli Stati Uniti “resta invariata”.
Dietro il linguaggio diplomatico, però, resta un clima di forte tensione. Negli ultimi mesi Trump aveva già lasciato intendere di poter rivedere alcuni accordi militari con Taipei, alimentando dubbi e preoccupazioni tra gli alleati asiatici degli Stati Uniti.
Medio Oriente, nessuna vera svolta sull’Iran
L’altro grande tema affrontato durante la visita è stato quello della guerra in Medio Oriente e del ruolo dell’Iran. Trump puntava a ottenere un sostegno concreto della Cina per spingere Teheran verso un accordo e favorire la riapertura dello stretto di Hormuz, snodo strategico fondamentale per il commercio energetico mondiale.
Anche in questo caso, però, non sono arrivati annunci chiari. Xi Jinping ha mantenuto una posizione molto prudente e non ha confermato pubblicamente alcun impegno specifico nei confronti degli Stati Uniti.
Trump si è limitato a dichiarazioni generiche, sostenendo che la Cina non vorrebbe un Iran dotato di armi nucleari e che Xi avrebbe garantito di non fornire mezzi militari a Teheran. Ma non esistono conferme ufficiali da parte cinese e molti osservatori ritengono che Pechino continuerà a mantenere una posizione ambigua, cercando di preservare contemporaneamente i rapporti con l’Iran e quelli con le monarchie del Golfo.
Accordi commerciali ancora pieni di incognite
Anche sul fronte economico il vertice si è chiuso senza grandi risultati concreti. Trump si era presentato a Pechino accompagnato da una nutrita delegazione di grandi imprenditori americani, tra cui Elon Musk, amministratore delegato di Tesla e X, e il numero uno di Nvidia Jensen Huang.
L’obiettivo era rilanciare gli investimenti americani in Cina e trovare nuovi accordi strategici su tecnologia, intelligenza artificiale e materie prime. Ma al termine degli incontri non è stato annunciato praticamente nulla di ufficiale.
Uno dei temi più attesi riguardava le terre rare, i metalli strategici di cui la Cina controlla gran parte della produzione mondiale. Lo scorso anno Pechino aveva limitato le esportazioni come risposta ai dazi americani, provocando forti tensioni sui mercati globali. Molti si aspettavano un’intesa per prorogare la sospensione delle restrizioni, ma non è arrivata alcuna conferma.
Restano inoltre irrisolti i dossier legati ai microchip avanzati e all’intelligenza artificiale. Trump aveva aperto alla vendita in Cina dei chip Nvidia più sofisticati, ma Pechino continua a considerare troppo rischiosa una dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti e punta a rafforzare le proprie aziende nazionali.
I dubbi sugli accordi Boeing e il caso Jimmy Lai
Tra le promesse fatte da Trump c’è anche quella relativa all’acquisto di 200 aerei Boeing da parte della Cina. Il presidente americano ha parlato di un’intesa già raggiunta, sottolineando che l’operazione garantirebbe migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti.
Tuttavia, anche in questo caso, da Pechino non è arrivata alcuna conferma ufficiale. Il governo cinese non ha annunciato pubblicamente accordi né dettagli sull’eventuale commessa.
Infine, resta avvolta nel mistero anche la questione di Jimmy Lai, l’attivista democratico di Hong Kong condannato dalle autorità cinesi a vent’anni di carcere. Trump aveva promesso di affrontare personalmente il tema con Xi Jinping, ma al termine della visita non è chiaro se il caso sia stato davvero discusso.
Anzi, poche ore dopo la partenza del presidente americano, il ministero degli Esteri cinese ha ribadito duramente che Jimmy Lai è “un istigatore” e che gli affari di Hong Kong “riguardano esclusivamente la Cina”.
Alla fine, il vertice di Pechino sembra aver prodotto soprattutto immagini simboliche e promesse generiche, lasciando però aperti quasi tutti i grandi dossier che continuano a dividere le due superpotenze.


