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“Ve li pagate voi!”. Flotilla, polemica furiosa tra attivisti e governo: cosa succede

Pubblicato: 22/05/2026 08:33

Le ore trascorse lontano da casa, senza sapere cosa sarebbe accaduto di lì a poco, possono trasformarsi in un tempo sospeso in cui la paura prende il posto di ogni altra emozione. In situazioni estreme il corpo continua a muoversi quasi automaticamente, mentre la mente resta aggrappata ai dettagli più piccoli: una voce, un rumore improvviso, il volto delle persone care lasciate a migliaia di chilometri di distanza. È in quei momenti che il senso di vulnerabilità diventa assoluto e ogni certezza sembra crollare.

Quando poi il ritorno coincide con il racconto di violenze, intimidazioni e immagini difficili da dimenticare, il viaggio si trasforma in qualcosa che segna profondamente chi lo ha vissuto. Gli attivisti e i giornalisti partiti per la missione umanitaria diretta verso Gaza parlano oggi di ore di caos, percosse e trattamenti degradanti subiti dopo il blocco della Global Sumud Flotilla da parte delle forze israeliane. Testimonianze che stanno alimentando polemiche politiche e richieste di chiarimenti sul trattamento riservato ai volontari fermati durante il raid.
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Il ritorno degli italiani dopo il blocco della Flotilla

Tra i primi italiani a rientrare a Roma ci sono il deputato Dario Carotenuto e l’inviato del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, arrivati in Italia ancora provati da quanto accaduto durante e dopo l’abbordaggio della nave. Gli altri connazionali fermati nel corso dell’operazione hanno lasciato Israele solo diverse ore più tardi, dopo il trasferimento nel carcere di Ketziot e il successivo spostamento verso l’aeroporto di Eilat per l’espulsione.

Secondo quanto riferito dagli attivisti, la Turchia avrebbe messo a disposizione tre voli charter per Istanbul, ma una volta arrivati lì gli italiani avrebbero dovuto organizzare autonomamente il viaggio di ritorno. Una situazione che ha provocato nuove polemiche anche sul piano diplomatico.

“Come in passato, non hanno potuto contare sul supporto della Farnesina”, ha denunciato la portavoce Maria Elena Delia, spiegando che i costi del rientro sarebbero stati coperti direttamente dagli organizzatori della missione. Una ricostruzione a cui ha replicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, sostenendo che il problema principale non riguardasse i biglietti aerei, ma “come sono stati trattati là”.

“Calci, pugni e taser contro persone inermi”

I racconti forniti dai primi italiani rientrati descrivono ore di forte tensione e violenze fisiche. Carotenuto e Mantovani parlano di pestaggi, minacce e umiliazioni subite subito dopo il fermo.

“Abbiamo preso botte, ma altri sono stati massacrati”, raccontano i due italiani, ancora con addosso gli stessi vestiti indossati al momento dell’abbordaggio. Secondo la loro testimonianza, alcuni attivisti sarebbero stati colpiti con calci e pugni, mentre altri avrebbero subito scariche di taser pur trovandosi in condizioni di immobilità.

Carotenuto ha descritto il trasferimento nel porto di Ashdod come uno dei momenti più traumatici vissuti durante la detenzione. “Ti fanno entrare in una sorta di container, una panic room, dove tre uomini ti picchiano mentre ti dicono ‘benvenuti in Israele’”, ha raccontato. Il deputato ha spiegato di aver ricevuto un pugno all’occhio e di aver avuto la sensazione di perdere temporaneamente la vista.

Le accuse di torture e abusi sessuali

Tra gli aspetti più gravi emersi dai racconti dei volontari ci sono le accuse di torture e abusi. Gli attivisti parlano di persone immobilizzate con fascette di plastica ai polsi e bende sugli occhi per diverse ore, costrette a sentire urla e colpi provenire dalle aree vicine senza sapere cosa stesse accadendo.

Secondo quanto riferito dai due italiani, alcune persone sarebbero state trasferite in ospedale per ferite da arma da fuoco, mentre altri avrebbero riportato fratture alle braccia, alle costole e traumi cranici. Carotenuto ricorda in particolare un giovane tedesco colpito ripetutamente con la canna di un fucile, tanto da riportare segni evidenti sulla schiena.

Nel racconto emergono anche accuse di abusi sessuali subiti da uomini e donne detenuti dopo il raid. “Più di una donna denunciava violenze”, riferiscono gli attivisti, parlando inoltre di anziani sottoposti a trattamenti definiti “disumani”.

A prestare assistenza ai feriti, spiegano, non sarebbero stati i militari israeliani ma il personale medico presente sulla nave umanitaria. Tra loro anche Margaret Connolly, sorella della presidente irlandese Catherine Connolly.

“Pensavo di non rivedere mio figlio”

Tra i momenti più drammatici ricordati da Carotenuto c’è quello in cui i detenuti venivano chiamati per numero e costretti ad avanzare con le mani alzate. Il deputato racconta di aver temuto seriamente per la propria vita.

“Quando hanno chiamato il mio numero e mi hanno ordinato di mettermi di spalle, ho pensato che fosse finita”, ha spiegato. “Sono stati i venti secondi più lunghi della mia vita”.

Nonostante la paura e quanto vissuto durante la detenzione, Carotenuto sostiene di non essersi pentito della scelta di partecipare alla missione umanitaria diretta verso Gaza. “Questi ragazzi seminano pace in un mondo di guerra”, ha concluso, ancora profondamente scosso dall’esperienza appena vissuta.

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