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Centrosinistra, il referendum non basta più: la realtà delle comunali riapre la partita nel Campo largo

Pubblicato: 26/05/2026 08:22

Per settimane nel centrosinistra si era diffusa la convinzione che il vento politico fosse cambiato davvero. La vittoria referendaria sulla giustizia, il clima favorevole registrato in alcuni sondaggi, la sensazione di un centrodestra in affanno avevano alimentato l’idea che il ciclo politico di Giorgia Meloni stesse entrando nella sua fase discendente. Venezia doveva essere il simbolo di questo cambio di stagione. Doveva diventare il laboratorio della riscossa progressista, il segnale politico nazionale capace di trasformare le amministrative in un messaggio diretto al governo.

E invece il risultato delle urne ha raccontato altro. Non soltanto perché il centrodestra ha tenuto, ma perché lo ha fatto ribaltando pronostici che nel Pd venivano ormai considerati quasi consolidati. La sconfitta veneziana pesa soprattutto sul piano psicologico e strategico. Perché rompe la narrazione dell’“effetto referendum”, cioè l’idea che il consenso raccolto contro la riforma della giustizia potesse automaticamente trasformarsi in consenso politico nazionale per il campo largo. Non è successo. E dentro il centrosinistra è tornata una parola che sembrava rimossa da settimane: prudenza.
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L’effetto referendum si ferma alle urne locali

Nel Pd il tentativo ufficiale è quello di ridimensionare il significato politico del voto. Lorenzo Guerini invita a non drammatizzare e insiste sulla necessità di accelerare il lavoro sull’alleanza progressista. La linea è chiara: le comunali sarebbero un voto troppo locale per essere letto come test nazionale. Ma dietro le dichiarazioni pubbliche il ragionamento è più complesso. Perché proprio Venezia dimostra che un voto d’opinione o di protesta non si trasferisce automaticamente sulle candidature amministrative.

Il problema, infatti, non riguarda soltanto le coalizioni. Riguarda anche la qualità percepita delle candidature e la capacità dei territori di costruire consenso reale. Nel centrosinistra molti iniziano a leggere il voto come un campanello d’allarme sul rischio di sopravvalutare il clima politico nazionale e sottovalutare invece la forza delle reti locali, dei candidati radicati e delle dinamiche civiche. È il motivo per cui nel Pd si parla sempre di più della necessità di costruire un’alleanza “vera”, con un profilo politico e programmatico riconoscibile, invece di limitarsi alla semplice sommatoria elettorale.

Anche perché queste amministrative hanno mostrato un’altra contraddizione interna al campo progressista. I Cinquestelle continuano a faticare enormemente nelle elezioni locali quando si presentano da soli, mentre il Pd continua a vincere soprattutto dove sopravvivono figure territoriali fortissime, spesso espressione di quel vecchio sistema di potere che Elly Schlein aveva promesso di superare. Da Vincenzo De Luca a Giovanni Legnini, il voto sembra premiare proprio i candidati più strutturati e radicati.

Il paradosso del nuovo Pd

Ed è forse questo il dato politico più interessante che emerge da queste elezioni. Il “nuovo corso” del Pd continua a esistere soprattutto nella narrazione nazionale, mentre sul territorio il partito resta ancora profondamente dipendente dalle sue vecchie classi dirigenti, dai notabili locali e dalle reti amministrative costruite negli anni. Non è necessariamente un male sul piano elettorale, ma rende molto più difficile il tentativo di trasformazione politica immaginato da Schlein.

Per questo, dentro il centrosinistra, il voto amministrativo viene letto con una doppia chiave. Da una parte c’è la necessità di non trasformare Venezia e Reggio Calabria in una sconfitta nazionale anticipata. Dall’altra però emerge la consapevolezza che battere il centrodestra alle politiche sarà molto più difficile di quanto qualcuno immaginasse dopo il referendum. Le amministrative hanno ricordato che il consenso nazionale non basta, che il radicamento locale continua a contare e che le coalizioni funzionano solo quando riescono a produrre leadership credibili e competitive.

La vera partita, adesso, si sposta alle grandi città che voteranno il prossimo anno. Milano, Roma, Torino, Napoli e Bologna saranno il test decisivo per capire se il campo largo esiste davvero o se resta soltanto una formula politica evocata nei vertici romani ma ancora incompleta nella realtà del Paese.

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Ultimo Aggiornamento: 26/05/2026 16:13

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