
L’efficienza dei servizi di pubblica utilità e la capacità di risposta delle strutture istituzionali alle esigenze primarie della popolazione rappresentano, nel contesto sociopolitico odierno, uno dei banchi di prova più complessi e monitorati. Quando i flussi di erogazione subiscono rallentamenti o evidenziano marcate asimmetrie geografiche, l’analisi dei modelli gestionali diventa imprescindibile per identificare i nodi strutturali che ostacolano una fruizione equa e tempestiva. Il dibattito antropologico e amministrativo si concentra così sulla necessità di introdurre strumenti avanzati di tracciamento e trasparenza, capaci di mappare le performance territoriali e di offrire una fotografia nitida delle discrepanze tra le risposte attese e le dinamiche reali di un sistema in costante transizione.
Il monitoraggio dei tempi e il divario tra le Regioni
L’analisi dettagliata delle risposte istituzionali sul territorio mette in luce profonde differenze di rendimento, delineando un quadro in cui i tempi di adempimento variano sensibilmente a seconda della localizzazione geografica. La visita gastroenterologia e di chirurgia vascolare e poi la colonscopia, la rx addome, l’elettromiografia. Ecco quali sono le prestazioni per le quali si aspetta di più in Italia, anche quando si ha una richiesta urgente che obbligherebbe il sistema sanitario pubblico a dare un appuntamento entro tre giorni. E invece il termine è rispettato solo nel 35% dei casi per rx addome e elettromiografia, e del 37% per colonscopia. Esami per i quali ci si rivolge al privato. Nei primi quattro mesi di quest’anno, circa 1,5 milioni di visite, cioè il 21%, non sono state assicurate nei tempi previsti. Il dato per gli esami diagnostici è di 900 mila. Se si considera il periodo tra gennaio del 2025 e aprile del 2026 i due dati salgono rispettivamente a 7 e 5 milioni.
I riscontri statistici mostrano che le Marche raggiungono il 94,7% di visite assicurate nei tempi, seguite da Veneto (92,8%) e Lazio (90%). I peggiori sono Trento e Puglia (56%) e Sardegna (62%). Per gli esami, il migliore è il Veneto (97%) seguito da Campania (96%) e Toscana (90%), mentre arretrano Umbria (62%), Puglia (64%) e Abruzzo (65%). Un quadro d’insieme che ha spinto i vertici a intervenire. “Questo strumento di trasparenza, la piattaforma nazionale, è finalmente operativo – dice il ministro Orazio Schillaci – Stiamo colmando un vuoto durato quasi mezzo secolo. Sappiamo tutti cosa significa aspettare mesi per una visita oncologica e sappiamo tutti che questo non è più accettabile. Ridurre le attese significa garantire un diritto fondamentale che è il diritto alla salute, significa restituire fiducia ai cittadini. Da quanto abbiamo varato il decreto qualcosa di concreto è avvenuto, le liste di attesa sono tornate al centro dell’azione politica”.
Le anomalie delle ricette e la fuga verso le strutture private
A condizionare l’accuratezza delle statistiche intervengono però fattori distorsivi, come l’alta percentuale di prestazioni catalogate nella fascia di massima tolleranza temporale (120 giorni) per alleggerire la pressione sui canali brevi. In Basilicata addirittura l’85% delle prime visite è richiesto come programmato, la Campania sta all’80%, il Molise al 71% e la Calabria al 66%, mentre Lazio, Puglia e Lombardia si attestano al 50%. Angelo Tanese, direttore di Agenas, spiega che si lavora con le Regioni per spiegare il dato, anche se il motivo è piuttosto chiaro, e soprattutto per correggerlo.
L’altro grande elemento di riflessione è rappresentato dal “catchment index”, ovvero l’indice delle prescrizioni che non vengono mai sfruttate nei canali d’ufficio, segno tangibile di una migrazione forzata verso il comparto a pagamento. Appena il 33% delle ricette per una visita staccate in Abruzzo e il 36% nel Lazio vengono effettivamente utilizzate. Il Piemonte sta al 45%, la Puglia al 47% e la Lombardia al 48%. Sotto il 40% di ricette utilizzate per gli esami ci sono Lazio e Abruzzo, seguite da Puglia (43%) e Piemonte (51%). I territori più virtuosi risultano essere Bolzano (67%), Valle d’Aosta (64%) e Emilia-Romagna (59%), ma la media nazionale di ricette usate si ferma al 50%, un valore che conferma la necessità di interventi strutturali.


