
Lo scriviamo da tempo, attenti a S. Giovanni Battista, profeta dei profeti, l’annunciatore. Questo è il giorno dell’uscita da Rebibbia di un romano de roma, ex sindaco della capitale, leader della minoranza della destra sociale. Vannacci lo abbraccia politicamente all’uscita dal carcere, come un San Giovanni eremita ritrovato, vittima del sistema che i sovranisti osteggiano. Un martire.
Ma Alemanno, ex genero di Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, con tematiche in un certo senso affini al Generale, può essere molto di più, politicamente, di un profeta. Può diventare l’ideologo di un partito nazionalista e sovranista. Ha il lessico e l’esperienza per essere il Goebbels di Vannacci, impostare il logos e calibrare le parole d’ordine. Le parole incidono più delle armi, nel mondo della comunicazione.
Inoltre, più di Vannacci, ha un’esperienza organizzativa, può richiamare in servizio tanti uomini di destra confusi, se non delusi, dal governismo meloniano, considerati troppo desueti, anche generazionalmente, dai meloni boys. Ma soprattutto Alemanno porta la romanità, quella che portò il bolognese Fini a sfidare Rutelli nel 1993, nella prima sfida dell’elezione diretta dei sindaci. A lui spetterà di trovare il Romolo sovranista, il figlio della Lupa in grado di sfidare centrosinistra e centrodestra, rappresentando una destra pura, sociale, romana. Il ritorno dello “zio” prodigo Alemanno, con l’umiliazione e rivalsa che solo il carcere da, può diventare la spina del fianco della premier, il suo Montecristo.

