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Più libri, meno social: la storia contro il presente che cancella tutto

Pubblicato: 29/06/2026 21:58

Più libri, meno social non è soltanto una raccolta di recensioni e interventi, né un semplice percorso bibliografico attraverso la storiografia contemporanea. È, prima di tutto, un libro di battaglia culturale. Gianni Scipione Rossi usa i libri come strumenti di orientamento dentro il rumore del presente, ma la sua vera materia non sono solo i volumi recensiti. La materia profonda è il rapporto tra storia, memoria, ideologia, Occidente, nazione, antisemitismo, realismo e libertà del giudizio. Fin dal prologo l’autore chiarisce il punto: la storia non salva automaticamente l’uomo dai suoi errori, ma senza storia il presente diventa cieco, manipolabile, prigioniero delle emozioni e delle mode culturali. 

Il titolo, in questo senso, non va letto come una battuta nostalgica contro i social. Più libri, meno social significa più profondità contro più immediatezza, più documenti contro più opinioni, più studio contro più reazione istintiva. Rossi rivendica il mestiere del giornalista come mestiere parallelo a quello dello storico, fondato sulle fonti, sulla divulgazione e sulla responsabilità di rendere accessibile ciò che altrimenti resterebbe confinato negli archivi o nei saggi specialistici. La sua non è una neutralità fredda. È una posizione precisa, quasi militante, ma militante in nome del metodo, non della propaganda.

La storia contro il moralismo

Il nucleo ideologico più forte del libro sta proprio qui: la storia non deve essere trasformata in tribunale permanente del presente. Rossi combatte due nemici speculari. Da una parte l’oblio, cioè la perdita di conoscenza storica prodotta dalla scuola impoverita, dai social, dalla cultura dell’istante. Dall’altra parte l’uso moralistico della storia, cioè la pretesa di leggere il passato con categorie ideologiche prefabbricate, piegandolo alle battaglie del presente. Quando scrive della cancel culture, dell’ideologia antioccidentale e della guerra contro il passato, il bersaglio non è solo una moda accademica. È una concezione colpevolizzante dell’Occidente, che trasforma ogni eredità storica in un capo d’accusa e ogni memoria in un processo. 

Questo passaggio è decisivo perché spiega tutto il libro. Rossi non difende il passato in quanto tale. Non dice che tutto ciò che è stato debba essere celebrato. Dice una cosa più sottile: il passato va conosciuto, non processato con categorie retroattive. La formula più importante è l’idea che la “giustizia postuma” non esista. È una frase che contiene una visione ideologica molto netta, cioè il rifiuto del presentismo punitivo. La storia serve a comprendere responsabilità, tragedie, errori, violenze, grandezze e continuità. Non serve a produrre un eterno senso di colpa occidentale, né a costruire nuove ortodossie linguistiche e culturali.

Da qui nasce anche la centralità del realismo. Nel saggio dedicato ad Alessandro Campi, Rossi valorizza una lettura della politica lontana tanto dal sentimentalismo democratico quanto dal cinismo della forza. Il populismo, il nazionalismo, l’autorità, la crisi delle democrazie non vengono affrontati come categorie da scomunicare, ma come fenomeni da capire. È un punto ideologico importante: comprendere non significa assolvere, ma rifiutare la caricatura. Rossi si muove dentro una cultura politica che diffida della semplificazione progressista, ma anche della brutalità ideologica. La politica, per lui, resta conflitto, istituzione, memoria, interesse nazionale e responsabilità storica. 

Il libro ha poi una chiara struttura occidentale e nazionale. La nazione non è mai trattata come un residuo imbarazzante, ma come una forma storica della continuità politica. La riflessione intorno al lavoro di Guido Melis sull’Italia repubblicana, su De Gasperi, sulle istituzioni, sulla Costituzione, sulla fragilità dei governi e sulla mancata scelta presidenziale non è solo storiografia istituzionale. È un ragionamento sulla debolezza cronica dello Stato italiano. Rossi guarda alla storia nazionale con un misto di severità e appartenenza. Non indulge nel patriottismo retorico, ma nemmeno accetta la dissoluzione della Patria in un generico racconto penitenziale.

Israele, Occidente e memoria

L’altro grande asse ideologico è Israele. Nei testi dedicati a Smulevich, Lerner, Battista, Greppi e più in generale al riemergere dell’antisemitismo, Rossi costruisce una linea molto chiara. Israele è letto come Stato nazionale del popolo ebraico, come democrazia assediata, come parte dell’Occidente e insieme come prova morale della sincerità occidentale. La questione palestinese non viene liquidata, ma è sempre collocata dentro una cornice storica lunga, nella quale il 1948, le guerre arabe, il terrorismo, Oslo, Rabin, Hamas e il 7 ottobre diventano passaggi di una stessa tragedia irrisolta. 

Qui il libro diventa più apertamente polemico. Rossi vede nell’antisionismo contemporaneo una forma spesso mascherata di antisemitismo, soprattutto quando colpisce gli ebrei in quanto tali, quando chiede loro di dissociarsi, quando trasferisce su ogni ebreo la responsabilità politica del governo israeliano. Il testo su Tullio Terni, attraverso il libro di Pierluigi Battista, serve proprio a saldare passato e presente. Le leggi razziali, l’ipocrisia italiana del dopoguerra, l’omertà sui professori espulsi e mai davvero reintegrati diventano uno specchio del presente. Non basta commemorare la Shoah, sembra dire Rossi, se poi si tollera il ritorno dell’odio sotto nuove formule.

Molto forte è anche la critica alla sinistra comunista e post-comunista nella costruzione della memoria nazionale. Nei testi su Gramsci, Matteotti, Togliatti, Porzûs e sulla Resistenza, Rossi insiste su un punto: l’antifascismo italiano è stato spesso raccontato attraverso una vulgata egemonica, capace di oscurare il socialismo riformista, le ambiguità comuniste, le violenze interne al mondo partigiano, le zone grigie del dopoguerra. Non è una riabilitazione del fascismo. È il contrario: è il tentativo di sottrarre l’antifascismo alla proprietà ideologica di una parte politica. Matteotti, in questa prospettiva, viene recuperato come riformista e non solo come martire. Porzûs viene ricordata come ferita interna alla Resistenza, non come dettaglio da rimuovere. 

La storiografia senza pregiudizi di Renzo De Felice

Il riferimento a Renzo De Felice è, quindi, il vero baricentro metodologico e ideologico del volume. “Fare storia senza pregiudizi” è molto più di una formula storiografica. È una dichiarazione di guerra al moralismo. Rossi definisce De Felice non solo come grande storico del fascismo, ma come modello di libertà intellettuale contro l’uso politico della storia. Il punto è essenziale: il cosiddetto “revisionismo” viene presentato non come assoluzione del passato, ma come naturale dinamica della ricerca storica. Se nuove fonti, nuovi studi, nuove domande cambiano la lettura degli eventi, la storiografia deve poter cambiare. Altrimenti non è storia, è catechismo. 

La parte dedicata a Giuseppe Parlato completa questo quadro. Parlato è ricordato come studioso della destra italiana, ma soprattutto come storico capace di sottrarre quel mondo alla memorialistica interna e alla demonizzazione esterna. Anche qui il punto ideologico è limpido: la destra italiana deve diventare oggetto di storia nazionale, non rimanere prigioniera né dell’autobiografia nostalgica né dell’accusa permanente.

In questo senso Più libri, meno social è un libro profondamente politico, ma non partitico. La sua ideologia è una cultura della realtà. Rossi diffida delle anime belle, dei giudizi automatici, dei processi postumi, delle semplificazioni scolastiche, delle mode linguistiche, del progressismo che sostituisce lo studio con l’indignazione, ma diffida anche delle mitologie consolatorie. La sua posizione è quella di un conservatorismo storico e occidentale, laico nel metodo, nazionale nella sensibilità, europeista nella radice culturale, atlantico nella collocazione, anti-totalitario nella lettura del Novecento.

Il pregio maggiore del volume è proprio la sua coerenza sotterranea. Pur essendo composto da testi diversi, nati in occasioni diverse, il libro non appare dispersivo. Ogni recensione aggiunge un tassello a una visione del mondo. L’Italia repubblicana, il socialismo riformista, l’ebraismo italiano, Israele, la crisi della scuola, la cancel culture, De Felice, Parlato, Porzûs, Matteotti, Pasolini, Togliatti, la polizia, la nazione cattolica di Bergoglio, tutto converge verso la stessa domanda: come si può capire il presente se il passato viene dimenticato, deformato o trasformato in un’arma?

Il limite, se si vuole cercarlo, è anche la sua forza. Rossi non finge equidistanza. Chi cerca una rassegna neutra di libri di storia troverà invece un autore che prende posizione, che sceglie, che punge, che talvolta forza il giudizio per rendere più chiara la posta in gioco. Ma questa esposizione personale rende il libro vivo. Non siamo davanti a una bibliografia ragionata, ma a un itinerario intellettuale. Ogni libro recensito diventa una soglia per entrare in un conflitto più grande, quello tra conoscenza e semplificazione, tra memoria e propaganda, tra storia e moralismo.

Alla fine, Più libri, meno social è una difesa della civiltà della lettura come forma di libertà. Non perché i libri siano automaticamente migliori delle opinioni veloci, ma perché obbligano a sostare, a verificare, a distinguere, a ricostruire. Nel tempo della reazione immediata, Rossi propone il gesto più inattuale e più politico: leggere. Leggere per capire, leggere per non essere trascinati, leggere per non consegnare la storia ai sacerdoti del presente. È un libro contro la superficialità, ma soprattutto contro la comoda illusione che basti sentirsi dalla parte giusta per capire davvero qualcosa.

Gianni Scipione Rossi, Più libri, meno social. Un percorso di carta attraverso la storiografia II, EFG (https://fotolibrigubbio.it), Gubbio (Perugia), 075 9222541, 2026, pp. 248, € 12.00.

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Ultimo Aggiornamento: 29/06/2026 22:02

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