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Cascina Spiotta, Azzolini condannato a 6 anni. Curcio e Moretti prescritti per il concorso morale

Pubblicato: 07/07/2026 18:12

La giustizia italiana scrive una pagina definitiva, seppur tardiva, su uno dei misteri più dolorosi degli anni di piombo. La Corte d’Assise di Alessandria ha pronunciato la sentenza per l’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso, avvenuto il 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta durante il drammatico conflitto a fuoco per liberare l’imprenditore vinicolo Vittorio Vallarino Gancia. Il verdetto ha definito posizioni giuridiche nettamente distinte per i tre storici esponenti delle Brigate Rosse finiti alla sbarra. Per Lauro Azzolini è stata riconosciuta la piena responsabilità penale, con la determinazione di una pena a 6 anni di reclusione, calcolata in continuazione con la precedente condanna all’ergastolo già rimediata per l’eccidio di via Fani. Al contempo, Azzolini è stato condannato a risarcire le parti civili con una provvisionale immediatamente esecutiva di 10mila euro a testa, per un ammontare complessivo di 40mila euro. Situazione diversa, invece, per i fondatori del gruppo armato, Renato Curcio e Mario Moretti: pur essendo stato configurato a loro carico un concorso “anomalo” nel tragico fatto di sangue, i giudici hanno sancito l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione.

Il dispositivo mette un punto fermo al processo di primo grado, celebrato a mezzo secolo di distanza dall’evento. L’appuntato D’Alfonso spirò in ospedale dopo sei giorni di agonia. Per la prima volta, l’aula ha ospitato la vedova del militare, Rachele Colalongo, avvolta in un abito nero e seduta accanto ai figli BrunoCinzia e Sonia. Fredda e totale l’assenza degli imputati, che hanno scelto di non presentarsi davanti alla Corte.

Cinquant’anni per una verità: il dolore della famiglia D’Alfonso

“Sono soddisfatta perché la verità è stata accertata – ha dichiarato con fermezza la vedova di D’Alfonso all’uscita dall’aula – ma potevano dare qualcosa in più. Noi abbiamo perso tutto, mio marito è stato ucciso mentre serviva lo Stato e ci sono voluti 50 anni per arrivare a questo esito”. Accanto a lei, il figlio Bruno d’Alfonso è scoppiato in lacrime nel ricordare la figura paterna: “Il suo ricordo e la ricerca di giustizia e verità ci ha portato fino a qui e ha tenuto la nostra famiglia unita”. Durissimo il suo commento sulla condotta degli ex brigatisti: “Curcio e Moretti si potevano presentare per guardarci negli occhi, dicendo la verità. Azzolini invece ha confessato perché gli faceva comodo così, per ottenere uno sconto di pena, come poi è avvenuto”. Durante il dibattimento, il figlio del carabiniere, che nel 2021 promosse con tenacia l’esposto da cui sono nate le nuove indagini dei carabinieri del Ros guidati da Andrea Caputo, ha ricordato come “durante questo processo Azzolini ha detto ‘mi dispiace’ e che questa cosa ‘non doveva accadere’. Però è accaduta. E lui è rimasto in silenzio per 50 anni”.

Subito dopo la lettura della sentenza, l’avvocato di parte civile Guido Salvini ha espresso viva soddisfazione per il traguardo storico: “Con questa sentenza l’autore materiale e gli organizzatori dell’azione della Cascina Spiotta e dell’omicidio dell’appuntato d’Alfonso hanno finalmente dopo 50 anni un nome. Non ci saranno condanne da scontare o ben poco, viste la prescrizione e la continuazione ma non era il carcere il nostro obiettivo. Era la verità ed è stata raggiunta”.

Di parere opposto le difese. Francesco Romeo, legale di Moretti, ha espresso una lettura differente: “È una sentenza tecnicamente favorevole, che smentisce l’impianto accusatorio che voleva Moretti concorrente a pieno titolo in sequestro e omicidio. Mette un punto su questo aspetto, evidenziando che Moretti avrà al massimo partecipato alla decisione sul sequestro. Non ha mai voluto né partecipato all’omicidio. Si poteva fare un passo in avanti e assolvere. Non ci sono elementi di colpevolezza nei suoi confronti. La verità che tutti cercavano è venuta da Azzolini. La verità non è venuta invece dai carabinieri del nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa e della territoriale che hanno costellato le loro deposizioni di contraddizioni e illogicità. Per una sola e unica causa: non fare luce sull’omicidio di Mara Cagol”.

Lo scontro totale tra ricostruzione storica e aule di tribunale

L’intero impianto dibattimentale, coordinato dai pubblici ministeri Emilio Gatti e Ciro Santoriello, ha vissuto momenti di fortissima tensione dialettica. Se da un lato l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, ha tentato di inquadrare i fatti come un mero “capitolo storico del dopoguerra”, sostenendo che “un Paese serio accerta le responsabilità penali ma non ingabbia un signore di 83 anni con una pena che è una forma di vendetta”, le parti civili hanno rigettato ogni tentativo di storicizzazione politica dell’omicidio. L’avvocato Sergio Favretto ha replicato duramente alle tesi difensive, sottolineando che “non è affatto vero” che gli imputati fossero l’espressione di un’intera generazione, poiché in quegli anni “c’era un’Italia che combatteva le Brigate Rosse”. Favretto ha inoltre ricordato come i libri di memorie scritti dagli ex terroristi, seppur pieni di omissis, vadano considerati atti ufficiali: “Se io rilascio un’intervista scritta e non la contesto per 20 o 30 anni quella intervista è una fonte”.

Anche i difensori di Curcio, tra cui l’avvocato Vainer Burani, hanno cercato di ridimensionare il ruolo del proprio assistito, spiegando che “in quel momento storico Curcio non era una figura apicale delle Brigate Rosse” e giustificando la sua assenza in aula come una formale protesta per il mancato approfondimento sulla morte della moglie Margherita “Mara” Cagol. I toni si sono surriscaldati quando l’avvocato di parte civile Nicola Brigida ha accusato i legali di aver pronunciato un vero e proprio “panegirico delle Brigate Rosse”.

Mentre i giudici erano riuniti in camera di consiglio, Azzolini ha affidato ai canali social una rivendicazione della propria militanza giovanile, confermando la sua presenza a Reggio Emilia per ricordare i caduti del 7 luglio 1960. Ma la risposta della legge è racchiusa nelle parole con cui l’avvocato Brigida ha voluto suggellare la fine del processo, citando una celebre dichiarazione del Capo dello Stato, Sergio Mattarella“La ricerca della verità completa non si estingue con il tempo passato, è un dovere delle istituzioni”.

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Ultimo Aggiornamento: 07/07/2026 18:13

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