
La manifestazione di Napoli doveva mostrare l’unità dell’opposizione. Ha finito invece per mettere in evidenza tutte le debolezze del campo largo: una piazza al di sotto delle aspettative, contestazioni annunciate e ignorate, una macchina organizzativa insufficiente e nuove fratture sulla politica estera. Ora anche il secondo appuntamento unitario, previsto il 15 luglio a Padova, rischia di essere rinviato.
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Dentro Pd, M5S e Avs nessuno sembra avere voglia di soffermarsi troppo sul bilancio della giornata. Ma tra i dirigenti la valutazione è netta: Napoli non è stata il successo sperato. Il caldo, il contesto sociale difficile e le falle organizzative vengono indicati come attenuanti, ma non riescono a nascondere il dato politico. Le forze che governano sia la città sia la Regione non sono riuscite a garantire una mobilitazione all’altezza.
Anche la gestione della piazza ha mostrato evidenti limiti. I parlamentari campani avevano segnalato da settimane il rischio di contestazioni, senza essere ascoltati. Nel primo pomeriggio, a fronteggiare la protesta dei Disoccupati organizzati, c’erano soltanto i deputati dem Arturo Scotto e Marco Sarracino. Limitata anche la mobilitazione dei militanti, mentre la comunicazione dell’evento non valorizzava nemmeno la presenza dei leader nazionali.

Il possibile rinvio della manifestazione di Padova rischia ora di trasformarsi nella conferma plastica delle difficoltà della coalizione. Ufficialmente pesano i lavori parlamentari sulla legge elettorale, ma dentro i partiti c’è chi teme che lo spostamento venga letto come una ritirata dopo il flop napoletano.
A rendere ancora più fragile il quadro sono state le parole di Giuseppe Conte sulla Russia. Dal palco, l’ex presidente del Consiglio ha accusato qualcuno di costruire una minaccia russa per convincere l’opinione pubblica della necessità di armarsi fino ai denti. Una posizione che ha immediatamente riaperto lo scontro con l’area riformista del Partito democratico.
L’eurodeputato Giorgio Gori ha contestato duramente Conte, ricordando che quelle parole sono state pronunciate durante una manifestazione ufficiale della coalizione. Il leader del Movimento 5 Stelle ha provato a correggere il tiro, sostenendo di essere stato frainteso e ribadendo il proprio sostegno all’Ucraina. La precisazione, però, non ha cancellato il problema politico.
Il senatore dem Graziano Delrio ha chiesto con urgenza un tavolo sulla politica estera. Un modo per riconoscere che, dietro le dichiarazioni di unità, nel campo largo continuano a convivere linee profondamente diverse su Nato, guerra, riarmo e rapporti con Mosca.
Le divisioni riguardano anche il perimetro dell’alleanza. Bruno Tabacci ha lasciato il Pd accusandolo di voler restringere il campo proprio mentre sarebbe necessario allargarlo. Matteo Renzi ha rilanciato la necessità di una componente riformista capace di riequilibrare la coalizione, mentre Carlo Calenda e Riccardo Magi si sono affrontati in un duro scontro sui social.
La piazza che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un percorso comune ha dunque prodotto l’effetto opposto. Il flop di Napoli ha mostrato un’opposizione incapace di mobilitare, divisa sulla politica internazionale e ancora senza un accordo sul proprio perimetro. Più che un campo largo, per ora, appare un insieme di partiti costretti a stare sullo stesso palco senza avere ancora deciso dove andare.


