
“Una civiltà sorgerà di nuovo e i nostri errori saranno dimenticati”, questa è la frase finale che ci consegna il film di Nolan sulla tragedia di Omero. La tragedia è interiore, alberga nell’anima dello scaltro, prometeico, re di Itaca, Odisseo/Ulisse. Riguarda la guerra, la cultura della sopraffazione dell’età del bronzo, così simile alla nostra. Una cultura destinata a perdere il senso della civiltà conquistata nei secoli, il rispetto del soprannaturale, dell’accoglienza che ci fa incontrare un Dio negli altri, negli stranieri.
E la paura, palpabile di un nemico invisibile, il popolo del mare, che preso ci invaderà. Ma anche questo è un’introiezione, siamo noi, l’Occidente, il popolo del mare che per secoli, millenni, abbiamo soggiogato e depredato gli altri popoli con culture differenti. E in Ulisse c’è il ripensamento, la nemesi della Storia, che gli rende arduo, vergognoso, il ritorno a casa, al desco e talamo familiare, dopo l’orrore immane delle stragi. L’orrore, gli olocausti, le stragi, la guerra del dio Ares, è insita nell’umanità, c’era ieri e c’è ancora oggi, e Nolan ce lo ricorda con immagini folgoranti, con paesaggi che sembrano perduti, con un mare potente e assurdamente bello nella sua mortalità, con un sole accecante sul palazzo di Itaca/Favignana.
La luce e le tenebre sono un andirivieni costante, nel film e nella Storia dell’uomo, con periodi alti di vita civile e quelli bui, dell’avidità e dell’odio. Oggi, è il messaggio del film, abbiamo perso la rotta, e quindi abbiamo un Occidente cieco, come Polifemo, nostra metafora, ma forse pure di Omero. Ai tempi di Omero gli scienziati, i matematici, erano Greci, come Pitagora, Euclide e il grande siracusano Archimede. Oggi i matematici sono indiani, gli informatici cinesi. Il linguaggio del primo occidente, la lingua universale del commercio e della diplomazia era il greco, oggi Trump è su un Tik Tok made in China.
L’Occidente ha perso sua Dio che il pensiero, e quindi centralità, influenza, potere. Per questo impazzisce dietro a false idee e giullari. Questo tempo di pazzia collettiva, di istinti bruti, come quelli attribuitici da Circe, ci sta demolendo, demolisce le certezze di pace e progresso del dopoguerra, la nostra grande guerra, la nostra Iliade. E saremo costretti all’esilio, del nostro stile di vita, della nostra patria. L’unica cosa che possiamo fare è navigare verso Ovest, e ricostruire un Occidente perduto. Solo espiando e ricominciando riusciremo ad avere pace, dimenticando i nostri errori.


