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Bambini e annegamento, la pediatra: “Bastano pochi minuti perché sia troppo tardi”

Pubblicato: 29/07/2026 12:48

L’immagine di chi annega urlando e agitando le braccia appartiene più al cinema che alla realtà. Nella maggior parte dei casi, soprattutto quando si tratta di bambini, l’annegamento avviene nel silenzio: nessuna richiesta d’aiuto, nessun gesto plateale. Il piccolo scivola sott’acqua senza attirare l’attenzione e, dopo appena 3-6 minuti senza ossigeno, le conseguenze possono diventare irreversibili.

Un rischio spesso sottovalutato, nonostante i numeri raccontino un’emergenza tutt’altro che rara. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’annegamento è tra le principali cause di morte accidentale in età pediatrica, mentre in Italia l’Istituto Superiore di Sanità stima circa 300 decessi ogni anno.

Cosa fare se un bambino rischia di annegare

Quando un bambino perde conoscenza in acqua, intervenire rapidamente può fare la differenza.

«Va tirato fuori subito, messo supino e iniziate le manovre di rianimazione cardiopolmonare mentre si chiama aiuto», spiega Claudia Bondone, consigliere nazionale della Società Italiana di Pediatria e direttrice della Pediatria d’Urgenza dell’Ospedale Regina Margherita di Torino.

Anche quando il piccolo sembra essersi ripreso, la pediatra raccomanda di non abbassare la guardia: è fondamentale accompagnarlo comunque al pronto soccorso per escludere eventuali complicanze respiratorie che possono manifestarsi anche nelle ore successive.

La regola del “braccio di distanza”

Per la specialista la prevenzione si basa su una regola tanto semplice quanto difficile da rispettare.

«L’unica vera sicurezza è avere un adulto a distanza di un braccio, con contatto visivo costante e senza distrazioni».

Un principio che vale ovunque, perché il pericolo non dipende dalla profondità dell’acqua.

«Anche pochi centimetri d’acqua possono essere pericolosi, specie per i più piccoli, che possono accedervi facilmente», sottolinea Bondone.

Il 50% degli annegamenti avviene in casa

Uno dei dati più sorprendenti riguarda il luogo in cui si verificano molti incidenti.

«Il 50% degli annegamenti avviene in ambito domestico, nelle vasche da bagno, nelle piscinette gonfiabili e nelle piscine private. Ecco perché è fondamentale che le piscine domestiche siano recintate e coperte nei mesi invernali», spiega la pediatra.

Proprio gli ambienti considerati più sicuri possono trasformarsi in una trappola se manca una sorveglianza continua.

Braccioli e gonfiabili non sostituiscono il controllo degli adulti

Secondo Bondone, le categorie più a rischio sono i bambini sotto i 5 anni, per la loro imprevedibilità, e gli adolescenti, che possono esporsi a comportamenti pericolosi, talvolta favoriti dal consumo di alcol o sostanze.

Tra gli errori più frequenti c’è quello di considerare braccioli, ciambelle e giochi gonfiabili come dispositivi di sicurezza.

«Sono strumenti di ausilio, ma danno un falso senso di sicurezza. È essenziale controllare che siano a norma e marchiati CE e ricordare che non sostituiscono mai la sorveglianza diretta».

Anche lasciare giocattoli in acqua può rappresentare un rischio, perché potrebbe spingere un bambino ad avvicinarsi o entrare in piscina senza la presenza di un adulto.

L’educazione all’acqua inizia da piccoli

Per la pediatra, la prevenzione passa anche dall’educazione.

«Bisogna spiegare ai bambini che l’acqua è un ambiente bellissimo, ma in cui si entra solo con un adulto. È importante iscriverli a corsi di acquaticità già da neonati e, dai 6 anni, a corsi di nuoto».

Accanto all’apprendimento, restano fondamentali alcune regole pratiche: scegliere spiagge e piscine sorvegliate, informarsi sulle condizioni del mare e dei fondali, rispettare le previsioni meteo, utilizzare attrezzature a norma e prestare attenzione anche alle grate di scarico presenti nelle piscine.

Perché, ricordano gli esperti, contro l’annegamento non esiste una protezione assoluta: la misura di sicurezza più efficace resta la presenza costante e attenta di un adulto.

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