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Patto sui migranti, l’Europa si divide: chi trasferisce i dublinanti in Italia e chi si ferma

Pubblicato: 20/08/2026 22:05

Il primo vero banco di prova del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo non riguarda le frontiere esterne, ma quelle interne. A poco più di due mesi dall’entrata in applicazione delle nuove regole, l’Europa si divide sul destino dei cosiddetti dublinanti, i richiedenti asilo arrivati in un Paese e poi trasferitisi in un altro. Da una parte ci sono Germania, Austria, Svizzera, Finlandia e Svezia, decise a riattivare le procedure verso l’Italia; dall’altra Francia e Spagna, che almeno per ora hanno scelto di fermarsi. Non esiste però un fronte compatto: ogni governo si muove per ragioni diverse e con modalità differenti.

È importante anche usare i termini corretti. Quelli annunciati o eseguiti non sono propriamente rimpatri verso i Paesi d’origine, ma trasferimenti tra Stati europei per stabilire chi debba esaminare una domanda di protezione internazionale. Il criterio del primo ingresso irregolare resta centrale, ma non è l’unico: contano anche i legami familiari, il possesso di un visto o di un permesso di soggiorno e le garanzie previste per i minori. Il nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione, adottato nel 2024 e applicabile dal 12 giugno 2026, ha sostituito Dublino III senza cancellarne il principio di fondo: una sola domanda deve essere esaminata da un solo Stato. La riforma ha però reso più stringenti le responsabilità e più rapide le procedure.

Il fronte dei trasferimenti verso l’Italia

Tra i Paesi già passati ai fatti ci sono Austria e Svezia. Vienna ha comunicato di aver trasferito in Italia quattro richiedenti asilo dal 12 giugno, utilizzando anche treni e autobus. Stoccolma non ha indicato numeri, ma ha confermato di avere già eseguito alcuni trasferimenti e di voler continuare. La posizione svedese è netta: con il nuovo regolamento le procedure funzionerebbero meglio e ogni Stato dovrebbe rispettare la parte di responsabilità che gli compete. Non si tratta dunque soltanto di dichiarazioni politiche, ma dei primi segnali di una riattivazione concreta del sistema.

Più complicata è la situazione della Germania. Berlino considera il 12 giugno il momento dal quale i trasferimenti verso Italia e Grecia devono tornare pienamente operativi, anche sulla base delle intese bilaterali raggiunte nell’autunno del 2025. Roma sostiene invece che quelle intese abbiano cancellato tutte le pendenze precedenti e che possano essere accettate soltanto persone entrate in Italia dopo l’avvio del nuovo Patto. Il tentativo tedesco di trasferire tre richiedenti presenti in Germania prima di quella data non è andato a buon fine per il rifiuto italiano.

È stato bloccato anche il caso simbolico di Faduma, una ventiduenne somala che avrebbe dovuto essere accompagnata in Italia il 19 agosto: una comunità evangelica di Norimberga le ha concesso protezione ecclesiastica e la polizia non ha eseguito il provvedimento. Berlino ha quindi avviato la macchina amministrativa, ma al momento non risultano confermati trasferimenti effettivamente conclusi verso l’Italia dopo l’entrata in applicazione del Patto.

Anche la Svizzera, associata al sistema Schengen-Dublino pur non facendo parte dell’Unione europea, ha prenotato i primi voli per la fine di agosto. La ripresa sarà graduale e riguarderà inizialmente singoli casi relativi a persone arrivate dopo il 12 giugno. I numeri del pregresso spiegano la pressione di Berna: dal dicembre 2022 la Confederazione avrebbe dovuto trasferire in Italia 3.784 richiedenti asilo. Nel frattempo quasi il 40 per cento ha ottenuto una forma di protezione in Svizzera, oltre 1.300 domande sono ancora in esame e soltanto 652 persone potrebbero oggi essere interessate da un trasferimento. Le autorità elvetiche hanno comunque precisato di non aver sottoscritto alcun accordo che cancelli automaticamente i casi anteriori alla nuova normativa.

La Finlandia si trova ancora nella fase preparatoria. Il ministero dell’Interno di Helsinki ritiene che il nuovo regolamento permetta di riprendere i trasferimenti e sta organizzando le relative procedure, senza aver indicato il numero delle persone coinvolte né chiarito se saranno presi in considerazione anche casi precedenti al 12 giugno. Il governo finlandese insiste soprattutto su un principio: il Patto può funzionare soltanto se tutti gli Stati applicano le regole sulla determinazione del Paese responsabile.

Francia e Spagna hanno invece scelto di non unirsi, almeno per ora, a questo gruppo. Parigi lega la propria decisione alla fase di riavvicinamento con Roma e alla collaborazione per ridurre le partenze dalla Tunisia e dalla Libia. La sospensione francese è quindi soprattutto politica e può durare finché il rapporto bilaterale continuerà a produrre risultati. È una scelta rilevante, perché nel 2025 la Francia è stata, dopo la Germania, il Paese europeo con il maggior numero di richieste di trasferimento inviate agli altri Stati.

Madrid segue una logica diversa. La Spagna, anch’essa Paese di primo approdo e inserita insieme a Italia, Grecia e Cipro tra gli Stati sottoposti a pressione migratoria, preferisce utilizzare il meccanismo europeo di solidarietà invece di procedere attraverso trasferimenti o restrizioni bilaterali. Il governo spagnolo vuole evitare che ogni capitale costruisca una propria politica di espulsioni interne all’Europa, facendo prevalere gli interessi nazionali sul sistema comune. La posizione non è priva di convenienza: nel 2025 Madrid ha ricevuto 10.684 richieste di presa in carico e ha quindi lo stesso interesse dell’Italia a limitare gli effetti più rigidi del criterio del primo ingresso.

Il vero nodo del Patto tra responsabilità e solidarietà

I dati mostrano perché la partita sia tanto delicata. Nel 2025 gli Stati europei hanno inviato complessivamente 111.708 richieste di trasferimento, ma le operazioni effettivamente eseguite sono state soltanto 16.620. La Germania ha presentato 35.933 richieste e la Francia 30.084. L’Italia, con 24.152 richieste ricevute, è risultata il Paese maggiormente sollecitato a riprendere richiedenti asilo trasferitisi altrove. I numeri raccontano un sistema che per anni ha prodotto molte più pratiche amministrative che trasferimenti reali. Il nuovo regolamento vuole precisamente ridurre questa distanza.

Il precedente italiano pesa però sull’attuale scontro. Nel dicembre 2022 Roma aveva sospeso gran parte delle riammissioni, motivando la decisione con la carenza di posti nel sistema di accoglienza. La scelta aveva bloccato quasi completamente i trasferimenti verso l’Italia, pur lasciando alcune eccezioni, tra cui i ricongiungimenti familiari. Il 5 marzo 2026 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che uno Stato non può cancellare unilateralmente gli obblighi derivanti dal regolamento. Se il trasferimento non viene eseguito entro i termini previsti, la responsabilità può tuttavia passare allo Stato nel quale si trova il richiedente. La Corte ha inoltre ricordato che può essere promossa una procedura d’infrazione contro lo Stato inadempiente.

Le nuove regole rafforzano proprio gli strumenti utilizzati dai governi del Nord Europa. La responsabilità legata all’ingresso irregolare dura ora venti mesi, contro i dodici precedenti. Se il richiedente si sottrae alla procedura, il termine entro il quale può essere trasferito sale fino a tre anni. La nuova banca dati Eurodac raccoglie più informazioni biometriche e rende più facile ricostruire gli spostamenti. Per ogni persona effettivamente trasferita, lo Stato Ue responsabile può ricevere un contributo di 10mila euro. L’obiettivo è scoraggiare i movimenti secondari e impedire che il semplice trascorrere del tempo trasformi automaticamente il Paese scelto dal richiedente nello Stato competente.

In cambio di questa maggiore responsabilità per i Paesi di ingresso, il Patto introduce una solidarietà obbligatoria ma flessibile. Per il 2026 il fondo comune è stato dimensionato su 21mila ricollocamenti equivalenti oppure 420 milioni di euro. Italia, Spagna, Grecia e Cipro possono beneficiarne. Ogni Stato è tenuto a contribuire, ma può scegliere tra accogliere persone, versare denaro o fornire mezzi e assistenza operativa. Non esiste quindi un obbligo generalizzato di ricollocamento.

Una parte indicativa del 42 per cento del fondo è destinata complessivamente a Italia e Spagna per il peso degli sbarchi successivi alle operazioni di soccorso in mare. Il sistema prevede anche le cosiddette compensazioni di responsabilità: se i ricollocamenti non bastano, un Paese può contribuire trattenendo e assumendo la competenza sulla domanda di una persona che si trova già sul proprio territorio.

Questa architettura contiene il paradosso che sta esplodendo in queste settimane. I trasferimenti verso l’Italia sono immediati, individuabili e politicamente visibili. La solidarietà può invece tradursi in denaro, attrezzature o assistenza, senza ridurre necessariamente il numero di richiedenti ospitati. Roma teme quindi di ricevere persone dal Nord Europa senza ottenere un alleggerimento equivalente. I governi settentrionali ribattono che nessun meccanismo solidale può reggere se i Paesi beneficiari rifiutano di applicare le regole sulla responsabilità.

Anche la richiesta italiana di compensare i trasferimenti tedeschi con il peso degli sbarchi effettuati dalle navi delle organizzazioni umanitarie tedesche appartiene per ora al terreno politico. Non costituisce un automatismo previsto dal regolamento e dovrebbe essere trasformata in un accordo compatibile con gli strumenti europei. Il punto più controverso resta però la data del 12 giugno: Roma la considera una linea di separazione netta, Berlino e Berna non riconoscono che tutti i casi precedenti siano stati definitivamente cancellati. Su questa interpretazione si giocheranno i prossimi negoziati e, con ogni probabilità, nuovi ricorsi.

Per ora i numeri dei trasferimenti completati restano limitati. Il loro peso politico è però molto maggiore. Austria e Svezia hanno aperto una strada che Germania, Svizzera e Finlandia intendono percorrere, mentre Francia e Spagna hanno scelto di guadagnare tempo. Se altri governi seguiranno il primo gruppo, l’Italia rischierà un effetto cumulativo; se prevarrà la linea di Parigi e Madrid, il meccanismo potrà essere ricondotto dentro una trattativa più ampia sulla solidarietà.

Il nuovo Patto doveva superare la contrapposizione tra Paesi di frontiera e Paesi di destinazione. Le prime settimane mostrano invece che quella frattura non è scomparsa: è stata inserita in un sistema più complesso, più rigido e più tracciabile. La prova decisiva non sarà stabilire chi abbia vinto il primo braccio di ferro, ma verificare se responsabilità e solidarietà procederanno davvero insieme. Se una delle due resterà soltanto sulla carta, l’Europa tornerà rapidamente al vecchio gioco in cui ogni Stato prova a spostare il problema oltre il proprio confine.

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