
Il ministero della Giustizia sta valutando il caso di Tania Terrin e non esclude l’invio di ispettori per verificare se, prima del femminicidio, siano stati utilizzati tutti gli strumenti disponibili per proteggerla. La 39enne è stata uccisa nella notte tra il 15 e il 16 agosto a Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, 43 anni, che successivamente si è tolto la vita.
«Il caso, nella sua gravità, è oggetto di valutazione, ma nessuna iniziativa è stata intrapresa», fanno sapere dal dicastero. L’eventuale attività ispettiva avrebbe quindi lo scopo di ricostruire i diversi passaggi precedenti al delitto e accertare se e dove il sistema di prevenzione e protezione abbia eventualmente mostrato delle criticità. Al momento, tuttavia, l’invio degli ispettori non è stato disposto.
Tania aveva denunciato Keber, attivato il Codice rosso
La vicenda assume un rilievo particolare perché Tania Terrin si era già rivolta alle autorità prima di essere uccisa. Dopo la sua denuncia era stata attivata la procedura prevista dal Codice rosso e, nel giugno scorso, il questore di Venezia aveva emesso un ammonimento nei confronti di Keber.
Misure che non sono però riuscite a impedire il tragico epilogo di agosto. Proprio la successione degli interventi adottati e la loro concreta efficacia rappresentano ora uno dei punti sui quali potrebbe concentrarsi l’eventuale verifica ministeriale.
L’obiettivo sarebbe ricostruire non soltanto quali provvedimenti siano stati adottati, ma anche quali informazioni fossero disponibili alle diverse autorità e se vi fossero ulteriori strumenti di tutela concretamente utilizzabili. Una valutazione che dovrà necessariamente tenere distinti gli accertamenti sulle procedure dalle responsabilità individuali, che non possono essere desunte dal solo esito tragico della vicenda.
L’avvertimento dell’altra donna: “È pericoloso”
Un altro elemento emerso dopo il femminicidio riguarda i contatti tra Tania e una precedente compagna di Keber. Secondo quanto ricostruito, il 20 aprile la donna aveva contattato Terrin attraverso i social per metterla in guardia, raccontandole episodi di violenza che sosteneva di avere subito durante la propria relazione con l’uomo.
La testimonianza riferisce di percosse, aggressioni e lesioni, comprese conseguenze che avrebbero richiesto accessi al pronto soccorso. La donna avrebbe descritto Keber come «pericoloso», parlando della “concreta possibilità che l’episodio si ripeta” e invitando Tania a rivolgersi alle autorità.
Secondo Il Gazzettino, Terrin voleva comprendere fino a che punto l’uomo fosse stato violento anche nelle relazioni precedenti. La 39enne avrebbe raccontato, pochi giorni prima di quel contatto, di essere stata “quasi uccisa”.
Le precedenti denunce e le querele ritirate
Dalle ricostruzioni successive al delitto è emerso inoltre che altre donne avevano denunciato Keber in passato. Tre precedenti querele sarebbero state successivamente ritirate.
La precedente compagna che aveva contattato Tania ha raccontato di essere finita tre volte al pronto soccorso e di essersi rivolta ai carabinieri. Ha descritto però anche la sensazione di essere rimasta senza una rete di protezione sufficientemente rapida dopo la denuncia.
Nel suo racconto compaiono difficoltà nel reperire assistenza legale durante il periodo estivo, tempi lunghi per ottenere un sostegno psicologico e, più in generale, la percezione di non essere adeguatamente accompagnata dopo avere segnalato le violenze. «Mi sono sentita completamente abbandonata», ha affermato.
Sono elementi che contribuiscono ad allargare il caso oltre la sola ricostruzione dell’omicidio e che pongono la questione di come le segnalazioni di violenza vengano tradotte in una protezione effettiva delle persone che denunciano.
L’appello della madre di Tania: “Le donne non devono nascondersi”
Durissime le parole di Marinella Forner, madre di Tania, che dopo la morte della figlia ha posto pubblicamente il problema della sicurezza delle donne che denunciano un partner violento.
«Quando denunciano devono essere pronte a fare le valigie e a nascondersi, è l’unica cosa che le può salvare», ha affermato. Un appello rilanciato anche da Luca Zaia e accompagnato da una richiesta precisa: fare in modo che sia la persona considerata pericolosa a essere sottoposta a misure realmente efficaci, senza costringere la vittima a modificare completamente la propria esistenza per proteggersi.
«Basta, metteteli dentro. Non è giusto che le donne debbano nascondersi», ha aggiunto la madre della 39enne. Parlando della figlia, l’ha descritta come una persona «troppo buona» e ha ricordato come, nonostante gli avvertimenti ricevuti, Tania avesse finito nuovamente per fidarsi dell’ex compagno.
Cosa dovrà chiarire l’eventuale ispezione
È proprio il periodo compreso tra le prime segnalazioni e la notte del femminicidio a diventare adesso centrale. L’eventuale invio degli ispettori del ministero della Giustizia avrebbe la funzione di verificare il funzionamento delle procedure di competenza degli uffici giudiziari e ricostruire i passaggi compiuti dopo la denuncia.
Il fatto che sia stato attivato il Codice rosso e che sia stato emesso un ammonimento dimostra che il rischio era entrato nell’attenzione delle istituzioni. La questione da chiarire è se, alla luce degli elementi allora disponibili, le misure adottate fossero quelle previste e se vi fossero i presupposti per interventi differenti o ulteriori.
Al momento il ministero precisa però che si trova ancora nella fase di valutazione e che nessuna ispezione è stata formalmente avviata. Saranno quindi le prossime decisioni del dicastero a stabilire se il caso verrà sottoposto a un approfondimento ispettivo.
Un caso che riapre il problema della protezione dopo la denuncia
La morte di Tania Terrin riporta inevitabilmente al centro una delle questioni più difficili nella prevenzione della violenza di genere: che cosa accade concretamente dopo che una donna trova la forza di denunciare.
La denuncia costituisce un passaggio fondamentale, ma da sola non elimina il rischio. Valutazione tempestiva della pericolosità, circolazione delle informazioni tra gli uffici coinvolti, eventuali misure cautelari e disponibilità di una rete di assistenza diventano determinanti soprattutto nei casi nei quali emergano comportamenti violenti reiterati.
È su questo terreno che l’eventuale iniziativa del ministero assumerebbe il significato maggiore. Non soltanto ricostruire ciò che è accaduto nel caso di Tania, ma comprendere se nella catena di protezione vi siano stati passaggi che potevano funzionare diversamente, affinché la denuncia non lasci una donna sola proprio nel momento in cui il rischio può diventare più elevato.


