
Giorgia Meloni interviene direttamente nello scontro politico sui “dublinanti” e difende il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, entrato in applicazione il 12 giugno. La presidente del Consiglio respinge le accuse della segretaria del Pd Elly Schlein e sostiene che le nuove regole rappresentino, al contrario, un passo avanti per l’Italia e per gli altri Paesi maggiormente esposti agli arrivi alle frontiere esterne dell’Unione europea.
«Elly Schlein parla di “boomerang” e di un presunto fallimento del governo nella gestione dei migranti. Ma prima di fare propaganda sarebbe utile conoscere la differenza tra le questioni di cui si parla», scrive Meloni sui social. La premier contesta innanzitutto l’accostamento tra la questione Schengen e quella del Patto europeo su migrazione e asilo, sottolineando che si tratta di due dossier distinti.
Meloni: “Il nuovo Patto segna una svolta positiva per l’Italia”
Il punto centrale dell’intervento riguarda proprio le nuove norme europee sui richiedenti asilo e sui cosiddetti “dublinanti”, termine con cui vengono comunemente indicati i richiedenti protezione che si spostano tra diversi Stati europei e per i quali deve essere individuato il Paese responsabile dell’esame della domanda.
Secondo Meloni, il nuovo sistema introdotto dall’Unione europea sarebbe più favorevole all’Italia rispetto alle precedenti regole. «È proprio il nuovo Patto che segna una svolta positiva per l’Italia nella gestione dei migranti cosiddetti “dublinanti”», sostiene la presidente del Consiglio.
La premier afferma che le nuove norme tutelano maggiormente gli Stati di primo ingresso e richiama anche il rafforzamento del concetto di Paese terzo sicuro, sul quale il governo italiano ha insistito durante il negoziato europeo. Secondo Meloni, questa impostazione dovrebbe consentire di rendere più semplici e rapide alcune procedure di rimpatrio.
Il dato delle 80mila richieste respinte
Meloni rivendica quindi la linea adottata dal governo negli ultimi anni nei confronti delle richieste provenienti dagli altri Stati membri. «Questo governo ha contrastato l’applicazione di regole insensatamente penalizzanti per noi», afferma.
La premier fornisce quindi un dato: dal 2023 a oggi l’Italia avrebbe respinto circa 80mila richieste di presa in carico provenienti da altri Paesi dell’Unione europea. Si tratta delle procedure attraverso le quali un altro Stato chiede all’Italia di assumere o riassumere la responsabilità di un richiedente asilo sulla base delle regole europee.
Il dato non equivale naturalmente a 80mila espulsioni evitate né significa che altrettante persone sarebbero state automaticamente trasferite in Italia. Le richieste nell’ambito del sistema europeo devono infatti essere valutate sulla base dei criteri che stabiliscono quale Stato sia competente per la domanda di protezione.
L’attacco a Schlein: “La sinistra le avrebbe accolte”
È su questo punto che l’intervento della presidente del Consiglio diventa apertamente politico. Meloni attribuisce alla fermezza del proprio esecutivo il mancato accoglimento delle richieste considerate non dovute e contrappone questa linea a quella che, a suo giudizio, avrebbe seguito un governo di centrosinistra.
«Cosa avrebbe fatto un governo di sinistra? Probabilmente avrebbe accolto quelle richieste, aggravando ulteriormente la pressione sul nostro sistema di accoglienza e creando ancora più problemi nella gestione dei flussi migratori», afferma.
Si tratta di una valutazione politica della premier, che inserisce la controversia tecnica sui trasferimenti all’interno del più ampio confronto tra maggioranza e opposizione sull’immigrazione.
Il nodo dei dublinanti dopo il 12 giugno
La questione è tornata di stretta attualità proprio con l’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. Il precedente sistema di Dublino stabiliva una serie di criteri per individuare lo Stato competente a esaminare una richiesta di protezione internazionale. Il nuovo quadro mantiene una responsabilità importante per gli Stati di primo ingresso, ma modifica procedure, tempi e meccanismi di solidarietà tra i Paesi europei.
Il caso interessa particolarmente l’Italia perché una quota consistente degli ingressi irregolari nell’Unione avviene attraverso le rotte del Mediterraneo. Una parte dei migranti arrivati e identificati in Italia prosegue successivamente verso Germania, Francia, Austria e altri Stati europei, dando origine ai cosiddetti movimenti secondari.
Quando le autorità di un secondo Paese ritengono che la responsabilità della domanda appartenga all’Italia, possono avviare la procedura prevista dalle norme europee. Ed è proprio sull’applicazione delle nuove regole e sulla gestione delle posizioni maturate prima del 12 giugno che nelle ultime settimane sono emerse divergenze tra Roma e Berlino.
Meloni separa il dossier migranti dal caso Schengen
Nella replica a Schlein, la premier insiste inoltre sulla necessità di non sovrapporre il Patto su migrazione e asilo alla disciplina di Schengen. Quest’ultima riguarda essenzialmente la libera circolazione e i controlli alle frontiere interne dell’area comune, mentre il Patto disciplina aspetti relativi all’asilo, alla gestione delle frontiere esterne, alle procedure e alla solidarietà tra gli Stati.
La distinzione assume un peso particolare nel dibattito politico delle ultime settimane, dopo le tensioni nate intorno ai controlli alle frontiere interne e alla gestione dei movimenti dei migranti tra diversi Paesi europei.
Per Meloni, quindi, parlare di un “boomerang” per l’Italia significherebbe confondere due piani differenti e non considerare le modifiche introdotte dal nuovo quadro comunitario.
“La priorità è fermare gli arrivi irregolari”
La presidente del Consiglio allarga infine il discorso alla strategia complessiva del governo sull’immigrazione. Secondo Meloni, il problema non può essere ridotto alla distribuzione dei richiedenti asilo già presenti all’interno dell’Unione.
«La priorità per l’Italia resta il contrasto all’immigrazione illegale di massa, non decidere semplicemente come distribuire i migranti in Europa», afferma.
La strategia indicata dalla premier continua a poggiare su quattro direttrici: rafforzamento delle frontiere esterne europee, cooperazione con i Paesi di origine e di transito, contrasto alle organizzazioni dei trafficanti e aumento dell’efficacia dei rimpatri.
Il nuovo Patto alla prova dei fatti
Lo scontro tra Meloni e Schlein arriva mentre il nuovo sistema europeo sta affrontando i suoi primi test concreti. Le regole sono entrate in applicazione da poco più di due mesi e sarà soprattutto la loro attuazione a mostrare se il compromesso raggiunto a Bruxelles riuscirà davvero a riequilibrare il rapporto tra responsabilità dei Paesi di frontiera e solidarietà degli altri Stati membri.
Per l’Italia la partita è particolarmente importante. Roma vuole evitare che la propria posizione geografica si traduca automaticamente in una responsabilità sproporzionata sui richiedenti asilo che successivamente si spostano nel resto d’Europa. Germania e altri Paesi di destinazione, dall’altra parte, chiedono che i movimenti secondari vengano effettivamente limitati.
È dentro questa contrapposizione che si inserisce l’affondo di Meloni contro Schlein. Il dossier dei “dublinanti”, da questione prevalentemente tecnica, è ormai diventato uno dei nuovi terreni dello scontro politico italiano sull’immigrazione e sull’efficacia del Patto europeo.


