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Morta Denise, figlia di Lea Garofalo: svolta nelle indagini, cosa succede

Pubblicato: 11/09/2026 11:49

Una vita attraversata dall’orrore, dalla perdita della madre, dalla testimonianza contro il padre e da anni trascorsi sotto protezione. È la storia di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, morta a 35 anni, la stessa età che aveva la madre quando fu uccisa. La donna è deceduta ieri, giovedì 10 settembre, in ospedale, dopo essere stata soccorsa domenica ad Ariccia, alle porte di Roma. Sulla vicenda è stata aperta un’indagine per istigazione al suicidio e oggi dovrebbe essere eseguita l’autopsia, che dovrà contribuire a chiarire le circostanze della morte.

La Procura di Velletri procede contro ignoti, sotto il coordinamento del procuratore Carlo Villani. Gli investigatori hanno disposto il sequestro del cellulare di Denise, che sarà analizzato alla ricerca di eventuali elementi utili a ricostruire le sue ultime giornate. Alcune persone sono già state ascoltate e, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, potrebbe essere sentito anche il compagno della donna e padre del suo bambino. Gli inquirenti vogliono capire se ci siano circostanze o fatti che possano aver contribuito alla decisione di togliersi la vita.

Nella combo, da sx un momento della celebrazione dei funerali di Lea Garofalo in piazza Beccaria a Milano il 19 ottobre 2013 e – a destra – Lea Garofalo con la figlia Denise in una foto d’epoca.

Per comprendere il dramma di Denise bisogna però tornare indietro di oltre quindici anni, alla storia di sua madre Lea Garofalo, diventata uno dei simboli della lotta alla ’ndrangheta. Lea aveva scelto di collaborare con la magistratura e di rompere il muro di omertà della criminalità organizzata. Una scelta pagata a un prezzo altissimo: nel 2009 fu attirata a Milano dall’ex compagno e padre di Denise, Carlo Cosco, e uccisa dopo essere stata attirata in una trappola. Il suo corpo fu poi distrutto e occultato; alcuni resti vennero ritrovati soltanto nel 2012, dopo le rivelazioni di uno dei complici.

Denise aveva poco più di vent’anni quando si trovò a dover affrontare il processo contro il padre. Una prova di coraggio che la trasformò, a sua volta, in una testimone di giustizia. Si costituì parte civile, collaborò con gli investigatori e depose in aula dietro un paravento, senza sottrarsi al confronto con la storia familiare che aveva devastato la sua vita. A quell’uomo, condannato poi all’ergastolo, chiese soprattutto una cosa: la verità. Non cercò le sue scuse e non rinunciò a raccontare ciò che aveva vissuto.

Dopo la morte della madre, Denise trovò sostegno anche in don Luigi Ciotti e nella rete di Libera, che divenne per lei una sorta di nuova famiglia. Nel 2013 partecipò ai funerali pubblici di Lea, organizzati dal Comune di Milano in piazza Beccaria. Non volle esporsi direttamente e seguì la cerimonia da una finestra, ma affidò a un altoparlante un messaggio rivolto alla madre, celebrandone ancora una volta la forza. «Se è successo tutto questo è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti», aveva detto allora.

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