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Caso ricina, la verità sul veleno: “Ecco gli indizi che confermano tutto”

Pubblicato: 18/09/2026 18:14

La possibile svolta nel giallo di Pietracatella è attesa da Berlino. Saranno le analisi sui reperti inviati in Germania, e in particolare l’eventuale individuazione di tracce di ricina su alimenti o indumenti, a fornire nuovi elementi per ricostruire come Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15, siano entrate in contatto con la tossina che ne ha provocato la morte nel dicembre scorso.

Secondo fonti vicine all’indagine, gli investigatori avrebbero già raccolto forti indizi di reato che sostengono l’ipotesi di un’azione volontaria. L’inchiesta viene condotta per duplice omicidio premeditato, ma allo stato non risultano responsabilità individuali accertate. Resta inoltre sul tavolo, come sottolinea la difesa di Gianni Di Vita, anche l’ipotesi di un’intossicazione accidentale.

Gli esami del Robert Koch Institute

Il passaggio decisivo è rappresentato dalle relazioni ufficiali attese dal Robert Koch Institute di Berlino. Indicazioni che andrebbero nella direzione dell’ipotesi investigativa sarebbero già arrivate informalmente dagli esperti tedeschi, ma sarà necessario attendere i risultati formalizzati prima di poter trarre conclusioni.

L’obiettivo degli accertamenti è stabilire innanzitutto se la ricina sia presente sui reperti sequestrati e, in caso positivo, ricostruire attraverso quale vettore madre e figlia possano averla assunta.

Parallelamente proseguono le audizioni delle persone informate sui fatti e gli approfondimenti sui rapporti personali e familiari delle due vittime. Gli investigatori cercano di rispondere ad alcune domande centrali: chi avrebbe potuto avere accesso alla sostanza, come sarebbe stata eventualmente preparata e utilizzata e soprattutto attraverso quale alimento o altra modalità sarebbe entrata nell’organismo delle due donne.

La difesa di Gianni Di Vita: «L’ipotesi accidentale resta in piedi»

A invitare alla prudenza è ancora una volta Vittorino Facciolla, avvocato di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara.

«La possibilità di una intossicazione accidentale, senza nessun colpevole e nessuna trama, resta assolutamente in piedi e noi lo abbiamo sempre sostenuto», ribadisce il legale.

Una posizione che mantiene aperto uno scenario differente rispetto all’ipotesi di omicidio sulla quale stanno lavorando gli inquirenti. Saranno soprattutto gli accertamenti scientifici ancora in corso a dover fornire elementi utili per stabilire la dinamica dell’avvelenamento.

L’esperto del Cnr: «La pianta del ricino è comune, ma trattare la tossina richiede preparazione»

A spiegare le caratteristiche della sostanza è Matteo Guidotti, esperto del Cnr di Milano, intervenuto con Adnkronos Salute a margine delle Giornate dell’etica di Aiom, in corso a Erice, in provincia di Trapani.

«La ricina in Italia è molto diffusa e la pianta da cui deriva è comune. Si trova facilmente, al pari di specie come il rosmarino e il lentisco», spiega Guidotti. I semi di ricino, ricorda, vengono inoltre utilizzati industrialmente per produrre olio di ricino e altri prodotti.

La disponibilità della pianta, tuttavia, non significa che ottenere e manipolare la tossina sia un’operazione semplice. «Per ottenere e trattare una sostanza tossica di questo tipo sono necessarie conoscenze e competenze specifiche. Non è certo un rimedio casalingo, né qualcosa che possa essere gestito senza preparazione».

Guidotti ricorda inoltre che la ricina è una sostanza altamente tossica e che è stata studiata anche per il suo possibile impiego come agente di guerra chimica.

«Non serve il dark web per trovare informazioni»

Secondo l’esperto, reperire informazioni sulla ricina non richiede necessariamente l’accesso a circuiti clandestini online. «Per reperire informazioni o materiali sulla ricina non è necessario ricorrere al dark web», osserva.

La tossina, aggiunge, è conosciuta da molto tempo e in passato potrebbero essersi verificati avvelenamenti non identificati correttamente: «È possibile che in passato si siano verificati casi di avvelenamento che non sono stati riconosciuti come tali, perché non era possibile collegare con precisione determinati sintomi alla presenza della ricina».

Guidotti precisa però di non voler formulare valutazioni sul caso di Pietracatella. «Non voglio intervenire sulle indagini. Seguo la vicenda da spettatore, dal punto di vista molecolare. Ho letto sulla stampa alcune ipotesi, tra cui quella di una ricina sintetica, ma non ho elementi per confermarle».

Il punto scientifico sul quale insiste è un altro: per identificare e trattare una sostanza di questo genere «servono esperienza e preparazione nel campo della chimica e della tossicologia».

Nel caso di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, dunque, il nodo rimane ancora quello della modalità dell’avvelenamento. Gli investigatori lavorano sull’ipotesi di un gesto volontario, mentre la difesa continua a considerare possibile un’intossicazione accidentale. A fornire i prossimi elementi oggettivi saranno le analisi scientifiche attese dalla Germania.

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