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Urne aperte in Israele, oggi il voto decisivo per il destino del Paese

Pubblicato: 27/10/2026 07:09

«Destra o Palestina»: quattro parole per trasformare un’elezione in un referendum sull’identità e sulla sicurezza di Israele. Sui manifesti del Likud, il volto sorridente di Benjamin Netanyahu campeggia accanto alla bandiera israeliana, mentre la parola Palestina viene associata agli avversari come una minaccia. È il messaggio scelto dal premier per una campagna nella quale la paura, la sicurezza nazionale e il rapporto con i palestinesi si intrecciano con la questione della leadership. Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, il trauma dell’attacco di Hamas continua a condizionare la società israeliana, alimentando domande sulla capacità dello Stato di proteggere i propri cittadini e sulla responsabilità di chi lo governa. Il voto di oggi non riguarda soltanto chi occuperà la poltrona di primo ministro, ma quale direzione prenderà Israele dopo una stagione di guerre, lutti e profonde divisioni interne. I seggi si sono aperti alle sette del mattino: circa 7,3 milioni di elettori sono chiamati a rinnovare i 120 membri della Knesset, il Parlamento israeliano. Le operazioni proseguiranno fino alle 22, quando sono attesi i primi exit poll, mentre un imponente dispositivo di sicurezza accompagna una giornata decisiva per il futuro politico del Paese.

Gerusalemme è il teatro simbolico di queste contraddizioni. Qui hanno sede la Knesset, il governo e la Corte Suprema, in una città nella quale convivono comunità ebraiche laiche, religiose e ultraortodosse, insieme a una consistente popolazione palestinese. Le differenze non riguardano soltanto la fede o le tradizioni, ma investono il significato stesso dell’identità nazionale, il rapporto tra religione e Stato e i confini della democrazia israeliana. Molti palestinesi di Gerusalemme Est dispongono dello status di residenti permanenti, ma non della cittadinanza israeliana e, di conseguenza, non partecipano alle elezioni nazionali. È una delle contraddizioni più evidenti della città: il centro del potere politico israeliano ospita anche una popolazione che non può contribuire direttamente alla scelta del governo. Intanto, la campagna elettorale ha riportato al centro il confronto tra Benjamin Netanyahu, al potere per oltre diciotto anni complessivi, e Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader della formazione centrista Yashar. Per i sostenitori del premier, Netanyahu resta il garante della sicurezza contro le minacce regionali; per i suoi oppositori, il fallimento del 7 ottobre rappresenta una responsabilità politica che non può essere archiviata. Il capo del governo rivendica i risultati delle operazioni militari e i rapporti con Donald Trump, mentre Eisenkot propone un cambiamento nella guida del Paese e un recupero della fiducia nelle istituzioni. Due visioni della leadership che si confrontano sul terreno più sensibile per gli israeliani: la capacità di garantire la sicurezza nazionale.

Il 7 ottobre resta la ferita aperta intorno alla quale ruota l’intera competizione elettorale. L’attacco guidato da Hamas provocò circa 1.200 morti in Israele e il sequestro di 251 persone, aprendo una fase di guerra che ha sconvolto il Medio Oriente. La successiva offensiva israeliana nella Striscia di Gaza ha causato decine di migliaia di vittime palestinesi, devastazioni estese e una crisi umanitaria dalle conseguenze profonde. Per la società israeliana, tuttavia, quel giorno ha segnato anche il crollo di una convinzione radicata: che l’esercito e i servizi di intelligence fossero in grado di prevenire un attacco di simili proporzioni. Da allora, la richiesta di una commissione statale indipendente d’inchiesta sulle responsabilità politiche e operative è diventata una delle principali questioni di scontro. Le famiglie delle vittime, i sopravvissuti e una parte consistente dell’opposizione chiedono risposte e trasparenza; Netanyahu contesta le modalità di costituzione della commissione proposte dai suoi avversari. Eisenkot, che ha fatto parte del gabinetto di guerra prima di abbandonarlo in polemica con la conduzione del conflitto, cerca di trasformare la propria esperienza militare in un’alternativa politica. Anche la sua vicenda personale è segnata dalla guerra: un figlio e due nipoti sono morti combattendo a Gaza. Ma l’ex generale non propone una svolta pacifista. Sostiene la necessità di impedire il riarmo di Hamas, contrastare il programma nucleare iraniano e mantenere il controllo israeliano sulla sicurezza dei territori palestinesi. La differenza tra i due schieramenti riguarda soprattutto la gestione della guerra, la responsabilità del governo e il funzionamento delle istituzioni, più che una contrapposizione netta tra sicurezza e dialogo.

La sfida, però, non si esaurisce nel duello tra Netanyahu ed Eisenkot. Il fronte contrario al premier comprende la lista B’Yachad, guidata dall’ex primo ministro Naftali Bennett insieme a Yair Lapid, il partito della destra laica Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan, espressione della sinistra israeliana. Un insieme eterogeneo, unito soprattutto dall’obiettivo di cambiare governo, ma attraversato da divergenze sulla questione palestinese, sull’economia e sull’identità dello Stato. Sul versante opposto, il Likud si appoggia ai partiti nazionalisti e religiosi, tra cui Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir e il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich, oltre alle formazioni ultraortodosse Shas e United Torah Judaism. Proprio il rapporto con queste ultime rappresenta una delle fratture più profonde della società. Per anni, numerosi studenti delle istituzioni religiose hanno beneficiato di esenzioni dal servizio militare obbligatorio. Dopo tre anni di guerra e ripetuti richiami dei riservisti, la disparità è diventata sempre più difficile da sostenere per molte famiglie. Gli ultraortodossi rivendicano la centralità dello studio della Torah e la tutela della propria autonomia comunitaria; gli oppositori chiedono che gli obblighi militari siano distribuiti più equamente. Eisenkot ha posto fine alle esenzioni generalizzate tra le proprie priorità politiche, trasformando il tema in un banco di prova per un eventuale nuovo governo. Chi riuscirà a comporre una maggioranza dovrà fare i conti con questa frattura, che investe contemporaneamente la sicurezza, la distribuzione dei sacrifici e il modello di società che Israele intende costruire.

La guerra ha ridisegnato anche la geografia sociale del consenso. Nel nord, le comunità vicine al confine libanese chiedono risposte sul rientro degli sfollati, sulla ricostruzione e sulla sicurezza dopo gli attacchi di Hezbollah. A Kiryat Shmona, tradizionale roccaforte del Likud, le difficoltà nel recuperare una vita normale alimentano critiche alla gestione governativa. Nel sud, nei kibbutz colpiti da Hamas, il trauma del 7 ottobre ha trasformato le convinzioni di molti cittadini sulla possibilità di una convivenza pacifica con i palestinesi. Anche in comunità storicamente progressiste, la richiesta di sicurezza si è fatta più rigida, mentre resta forte la contestazione nei confronti di Netanyahu. Le categorie tradizionali di destra e sinistra faticano così a descrivere una società nella quale l’esperienza della guerra ha modificato sensibilità e priorità. Ma sarebbe riduttivo leggere queste elezioni soltanto attraverso i conflitti regionali. Il costo della vita, il prezzo delle abitazioni e il futuro dei giovani sono altrettanto importanti per milioni di israeliani. Il Paese vanta un settore tecnologico avanzato, imprese innovative e una forte capacità di attrarre investimenti, ma le opportunità non sono distribuite in maniera uniforme. Accanto ai centri dell’alta tecnologia esistono periferie e città di provincia con servizi più fragili e prospettive professionali limitate. Tre anni di mobilitazione militare hanno inoltre imposto costi alle imprese, alle famiglie e ai lavoratori, costringendo molti a rinviare progetti personali. Per i giovani, il problema è concreto: trovare un impiego stabile, acquistare una casa, costruire una famiglia e decidere se restare in Israele o cercare opportunità all’estero. La campagna si gioca anche sulla capacità di rispondere a queste domande, spesso oscurate dalle immagini della guerra.

C’è poi il paradosso di un’economia tra le più innovative del mondo che deve sostenere le spese di un apparato militare imponente, mentre una parte della popolazione reclama maggiori investimenti in sanità, istruzione, trasporti e servizi sociali. Il peso fiscale, il rapporto tra salari e produttività e l’integrazione delle comunità ultraortodosse e arabe nel mercato del lavoro sono questioni che incidono direttamente sulla tenuta del sistema. La crescita dei settori tecnologici convive con le difficoltà di molte famiglie nel sostenere le spese quotidiane: due immagini dello stesso Paese, che la politica non può ignorare. A rendere ancora più complesso il quadro è il ruolo dei partiti arabi israeliani. I cittadini arabi rappresentano circa un quinto della popolazione e partecipano alle elezioni nazionali; le formazioni che li rappresentano, tra cui Ra’am e la Joint List, potrebbero conquistare un numero significativo di seggi. In una Knesset frammentata, il loro sostegno potrebbe diventare determinante per la formazione di una maggioranza alternativa a Netanyahu. Eppure, i principali partiti ebraici dell’opposizione hanno escluso o guardato con forte diffidenza all’ipotesi di dipendere formalmente dalle forze arabe per governare. Il leader di Ra’am, Mansour Abbas, ha invece lasciato aperta la possibilità di sostenere una coalizione diversa da quella attuale. La partecipazione politica della minoranza araba è quindi uno dei nodi decisivi del dopo-voto, insieme alle richieste di contrastare la criminalità nelle città arabe, ridurre le disparità territoriali e migliorare l’accesso al lavoro e all’istruzione. Non è soltanto una questione di numeri parlamentari: è anche un test del rapporto tra maggioranza e minoranze all’interno dello Stato israeliano.

Il numero decisivo, nel sistema politico israeliano, è 61: la maggioranza assoluta dei 120 seggi della Knesset. Il sistema proporzionale prevede una soglia di sbarramento del 3,25% e gli elettori scelgono liste di partito, non direttamente il primo ministro. Per questo, arrivare primi non significa automaticamente poter governare: dopo il voto comincia la trattativa per costruire una coalizione capace di ottenere il sostegno parlamentare necessario. Le rilevazioni pubblicate prima del silenzio elettorale descrivono una competizione aperta, con Yashar di Eisenkot e il Likud di Netanyahu tra le principali forze e nessuno dei due schieramenti con un percorso garantito verso la maggioranza. I numeri variano tra gli istituti di sondaggio e i piccoli partiti, soprattutto quelli vicini alla soglia di sbarramento, potrebbero modificare sensibilmente la distribuzione finale dei seggi. Non è dunque soltanto la posizione delle forze maggiori a contare, ma anche la capacità di stringere accordi dopo la proclamazione dei risultati. Il presidente Isaac Herzog dovrà consultare i rappresentanti dei partiti e affidare l’incarico a un parlamentare ritenuto in grado di formare un governo. Se le trattative fallissero, potrebbero prendere corpo ipotesi di coalizione più ampia, accordi tra forze oggi contrapposte o una nuova fase di instabilità. Il fatto che questa legislatura sia arrivata alla scadenza naturale non cancella le difficoltà strutturali della politica israeliana. Il vero banco di prova sarà trasformare i voti in una maggioranza governabile, capace di affrontare le emergenze senza essere paralizzata dai veti degli alleati.

La dimensione internazionale rende la posta in gioco ancora più alta. Gaza resta una questione militare, politica e umanitaria irrisolta: il disarmo di Hamas, la ricostruzione della Striscia e la definizione di una nuova amministrazione palestinese richiedono decisioni che avranno conseguenze ben oltre i confini israeliani. Nel nord, il rapporto con Hezbollah e la sicurezza lungo la frontiera libanese continuano a coinvolgere direttamente la comunità internazionale, compresa l’Italia, presente con i propri militari nella missione UNIFIL. Il confronto con l’Iran, il programma nucleare di Teheran e le relazioni con Washington rimangono altri capitoli cruciali. Il sostegno di Donald Trump a Netanyahu è diventato un elemento della campagna, mentre i rapporti con diversi Paesi europei sono segnati dalle critiche per la condotta della guerra a Gaza e dalle preoccupazioni umanitarie. Il prossimo governo dovrà dunque affrontare una doppia sfida: garantire la sicurezza del Paese e gestire le conseguenze diplomatiche di un conflitto che ha deteriorato parte delle relazioni internazionali di Israele. Anche la questione palestinese resta centrale, benché abbia occupato uno spazio limitato nel dibattito per una parte consistente dell’elettorato ebraico. La maggioranza dei principali partiti sionisti, compresi quelli dell’opposizione, respinge l’idea di uno Stato palestinese nelle condizioni attuali. Le forze arabe israeliane mantengono invece posizioni differenti. È una distanza politica che rende più complicato immaginare una soluzione negoziata e che continuerà a condizionare i rapporti con gli alleati occidentali. La sicurezza, insomma, non si misura soltanto lungo i confini: riguarda anche la capacità di costruire una strategia politica sostenibile e di evitare che la guerra diventi una condizione permanente.

Alle 22 si chiuderanno i seggi e i primi exit poll offriranno un’indicazione degli equilibri della nuova Knesset. Poi comincerà la fase delle consultazioni, delle alleanze e delle trattative, che potrebbe durare settimane. Ma il significato di queste elezioni va oltre la possibilità che Netanyahu conservi il potere o che Eisenkot riesca a sostituirlo. Gli israeliani sono chiamati a scegliere chi dovrà gestire le conseguenze del 7 ottobre, ricostruire la fiducia nelle istituzioni e definire il rapporto del Paese con il Medio Oriente. A Gerusalemme, dove le contraddizioni nazionali si concentrano in pochi chilometri, la giornata elettorale assume un valore che supera la contesa tra partiti. La sicurezza resta una priorità assoluta per una popolazione segnata da attacchi, mobilitazioni e lutti; allo stesso tempo, milioni di cittadini chiedono una prospettiva che non sia scandita soltanto dalla prossima emergenza militare. Un lavoro stabile, una casa accessibile, servizi pubblici efficienti e la possibilità di progettare il futuro sono esigenze che non scompaiono quando si chiudono le frontiere o si intensificano le operazioni militari. Il 7 ottobre ha cambiato profondamente il modo in cui Israele guarda a se stesso. Il voto di oggi misura anche la capacità della politica di rispondere a quella frattura senza ignorare le altre tensioni che attraversano la società. La vera sfida del prossimo governo sarà tenere insieme sicurezza, responsabilità istituzionale e prospettive di vita, in un Paese nel quale la guerra ha modificato le certezze del passato, ma non ha cancellato la domanda di normalità. Gerusalemme attende i risultati; Israele, intanto, cerca una direzione per il proprio futuro.

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Ultimo Aggiornamento: 27/10/2026 07:53

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