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Le Politiche in Italia saranno a maggio o a settembre? Sulla data pesa la «variabile» Consulta

Pubblicato: 27/10/2026 07:16

Elezioni a maggio o a settembre? Per Giorgia Meloni, la data del voto anticipato resta legata a una variabile che Palazzo Chigi non può controllare: la decisione della Corte costituzionale sullo Stabilicum, la legge elettorale finita sotto esame dopo una serie di ricorsi. È questo il passaggio che potrebbe determinare se l’Italia andrà alle urne in primavera, accorpando le politiche alle elezioni comunali, oppure se la legislatura arriverà alla sua scadenza naturale. «Fosse per Giorgia voterebbe oggi, anzi ieri. Ma…». Nei corridoi di Fratelli d’Italia, la battuta che circola tra i fedelissimi della premier racconta una volontà politica che deve fare i conti con una realtà più complessa. Quel «ma» pesa come un macigno: tra i tempi della Consulta, le tensioni nella maggioranza sulla guerra in Ucraina e le incognite della prossima Manovra economica, la strada verso il voto anticipato è tutt’altro che spianata.

La partita decisiva si gioca davanti ai giudici costituzionali. Per Meloni, anticipare le elezioni a maggio, sfruttando l’appuntamento amministrativo per concentrare le votazioni in un’unica tornata, significherebbe accorciare la legislatura e presentarsi agli elettori in una fase politicamente favorevole. Ma tutto dipende dalla natura della pronuncia sullo Stabilicum. Se tra la fine di gennaio e febbraio la Consulta dovesse intervenire con una sentenza autoapplicativa, indicando correzioni circoscritte e immediatamente recepibili senza stravolgere l’impianto della legge, il calendario potrebbe consentire una rapida accelerazione. La premier potrebbe salire al Quirinale, rassegnare le dimissioni, aprire la fase delle consultazioni e attendere la decisione del presidente della Repubblica sullo scioglimento delle Camere. A quel punto, il voto primaverile diventerebbe un’ipotesi concretamente percorribile. È uno scenario che consentirebbe a Palazzo Chigi di gestire tempi e passaggi istituzionali con maggiore prevedibilità, ma che resta subordinato a una decisione giudiziaria sulla quale il governo non ha alcun potere diretto.

Tutto cambierebbe se la Corte costituzionale si limitasse a indicare i profili di illegittimità della legge, senza fornire una soluzione immediatamente applicabile. In quel caso, la maggioranza sarebbe chiamata a intervenire in Parlamento per modificare lo Stabilicum, riaprendo una partita politica che si annuncia delicata. La legge elettorale, approvata in terza lettura dopo l’incidente dei franchi tiratori dello scorso luglio, tornerebbe al centro del confronto parlamentare, tra votazioni potenzialmente imprevedibili, possibili franchi tiratori e una opposizione divisa, ma non per questo necessariamente disponibile a facilitare il percorso del governo. «A seconda dell’intervento della Consulta lo scenario di settembre rischia di diventare molto solido, mica si può votare a luglio», osserva il vicesegretario della Lega Claudio Durigon, favorevole, come Matteo Salvini, all’ipotesi di arrivare fino alla fine della legislatura. Anche il capogruppo di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami riconosce la delicatezza del passaggio: senza certezze sui tempi e sugli esiti del confronto parlamentare, stabilire oggi una data definitiva sarebbe prematuro. Maggio e settembre restano dunque le due finestre politiche sul tavolo, ma con margini di manovra molto diversi.

Alla variabile costituzionale si aggiunge quella geopolitica, con la guerra in Ucraina a rappresentare un possibile punto di frizione tra gli alleati di governo. Salvini ha ribadito la propria contrarietà a un ulteriore invio di armi a Kiev, una posizione che potrebbe riaccendere le tensioni nella maggioranza quando l’esecutivo sarà chiamato a decidere sul rinnovo degli aiuti militari ed economici al governo di Volodymyr Zelensky. In assenza di sviluppi significativi nei negoziati, la questione dovrebbe tornare sul tavolo entro la fine dell’anno, attraverso un nuovo provvedimento che potrebbe prorogare il sostegno italiano per altri dodici mesi o per un periodo più breve. Il dossier è sensibile perché mette alla prova la tenuta di una coalizione nella quale convivono orientamenti differenti sulla politica internazionale. Finora, nonostante le divergenze, Meloni è riuscita a evitare che il confronto sull’Ucraina si trasformasse in una crisi di governo. Ma con le elezioni all’orizzonte, ogni decisione rischia di assumere un significato ulteriore: quello di un messaggio rivolto alla propria base elettorale. La campagna, di fatto, è già cominciata, anche se la data delle urne rimane incerta.

Il terzo nodo è quello economico, destinato a pesare tanto sulla stabilità della maggioranza quanto sulle ambizioni elettorali della premier. La prossima Legge di Bilancio sarà l’ultima grande manovra prima del voto e rappresenterà un banco di prova per il governo, chiamato a dimostrare di poter sostenere famiglie e imprese senza compromettere gli equilibri della finanza pubblica. I leader del centrodestra hanno già fatto il punto con Meloni e con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in un confronto dedicato alle risorse disponibili e alle priorità dei partiti. Per gli alleati, la Finanziaria è l’occasione per portare a casa misure simboliche da rivendicare in campagna elettorale: interventi fiscali, sostegni a specifiche categorie e provvedimenti capaci di rendere riconoscibile l’identità di ciascuna forza politica. Ma le risorse sono limitate e la trattativa con Bruxelles resta aperta. Sul tavolo c’è anche la flessibilità ottenuta in materia energetica, con questioni ancora da chiarire sull’impiego dei fondi e sul possibile ruolo degli ecobonus. Il margine per una manovra espansiva dipenderà quindi dalle condizioni concordate con le istituzioni europee e dalla necessità di tenere sotto controllo i conti pubblici.

È in questo contesto che va letta la raccomandazione rivolta da Meloni agli alleati: «Andateci piano con le richieste». Un invito alla prudenza che rivela il difficile equilibrio tra le ambizioni dei partiti e i vincoli economici. Forza Italia, Lega e Noi moderati puntano a ottenere risultati da presentare ai rispettivi elettorati, ma ogni concessione deve fare i conti con la disponibilità effettiva di risorse e con gli impegni assunti dall’Italia in sede europea. Per la premier, il rischio è duplice: una manovra troppo prudente potrebbe lasciare insoddisfatta la coalizione, mentre una finanziaria troppo generosa potrebbe alimentare dubbi sulla sostenibilità delle scelte economiche. La Manovra diventa così uno strumento di governo e, contemporaneamente, il primo manifesto della campagna elettorale. Le decisioni prese nelle prossime settimane contribuiranno a definire il messaggio che il centrodestra porterà agli elettori, indipendentemente dal fatto che il voto si svolga a maggio o a settembre.

La data, tuttavia, non è un dettaglio organizzativo. Votare in primavera permetterebbe a Meloni di concentrare in un’unica tornata le elezioni politiche e quelle comunali, riducendo la durata della campagna e sfruttando una finestra temporale che la premier potrebbe considerare favorevole. Arrivare a settembre significherebbe invece disporre di più tempo per completare la Manovra, gestire i dossier internazionali e affrontare l’eventuale revisione della legge elettorale. Ma comporterebbe anche mesi supplementari nei quali ogni divergenza tra gli alleati potrebbe trasformarsi in un problema politico. Il calendario, in altre parole, incide sulle opportunità della maggioranza, ma anche sulla sua capacità di mantenere una linea comune. A decidere non sarà soltanto la convenienza politica: conteranno i passaggi istituzionali, le scelte del Quirinale, l’evoluzione del conflitto in Ucraina e la tenuta dei conti pubblici. L’anticipo elettorale è un’opzione, non una decisione già presa, e il governo dovrà valutare se esistano le condizioni per percorrerla senza aprire nuovi fronti di instabilità.

Per il momento, il centrodestra resta sospeso tra chi vorrebbe accelerare e chi preferisce completare la legislatura. La Lega di Salvini guarda con favore all’ipotesi di arrivare a settembre, mentre in Fratelli d’Italia convivono il desiderio di capitalizzare il consenso e la consapevolezza che una corsa anticipata richiederebbe condizioni istituzionali e politiche favorevoli. Forza Italia, dal canto suo, è interessata a ottenere risultati concreti nella Manovra e a preservare la stabilità della coalizione. Nessuno, però, può ignorare la variabile rappresentata dalla Consulta: una pronuncia che richiedesse un nuovo passaggio parlamentare potrebbe modificare radicalmente il calendario, rendendo più difficile una convocazione delle urne in primavera. Al contrario, una sentenza immediatamente applicabile lascerebbe aperta la strada a una soluzione più rapida. In entrambi i casi, la decisione dei giudici costituzionali non determinerà automaticamente la data del voto, che resterà legata alle procedure previste dalla Costituzione e alle valutazioni del presidente della Repubblica.

Maggio o settembre, dunque? La risposta dipenderà dall’incrocio di tre variabili: il verdetto sullo Stabilicum, l’evoluzione del dossier ucraino e gli equilibri della Legge di Bilancio. La prima è quella che può cambiare più rapidamente il calendario; le altre due misureranno la capacità della maggioranza di restare compatta mentre si avvicina la sfida elettorale. Meloni può avere interesse a votare prima, ma non può decidere da sola quando farlo né ignorare le conseguenze di una scelta affrettata. La partita si gioca tra Palazzo Chigi, il Parlamento, la Consulta e il Quirinale, con l’economia e la politica internazionale a fare da sfondo. Per ora, la primavera resta una possibilità condizionata e settembre un’alternativa concreta. La data delle elezioni è ancora da scrivere: prima dovranno parlare i giudici costituzionali, poi sarà il turno della politica.

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Ultimo Aggiornamento: 27/10/2026 07:53

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