
Quando Donald Trump vinceva, Matteo Salvini era in prima fila. Esultava, alzava i pugni, parlava di una “giornata storica” e indicava il successo del leader repubblicano come la prova che il vento politico stesse finalmente cambiando anche in Europa. Ora che i repubblicani hanno perso il controllo della Camera e del Senato, però, il segretario della Lega sceglie il silenzio. Nessuna analisi, nessuna difesa dell’alleato americano, nessuna riflessione sulle conseguenze del voto.
Il contrasto è troppo evidente per essere liquidato come prudenza diplomatica. Salvini non è il presidente del Consiglio e non è tenuto a calibrare ogni parola sulla base degli interessi dello Stato. È il leader di un partito che per anni ha trasformato Trump in un riferimento politico, culturale e perfino comunicativo. Per questo il silenzio di oggi pesa più di una dichiarazione: mostra quanto fosse fragile quella identificazione e quanto velocemente possa essere abbandonata quando smette di produrre consenso.
Dalla “giornata storica” agli auguri agli americani
Dopo la vittoria di Trump alle presidenziali del 2024, Salvini non aveva mostrato alcuna cautela. Aveva celebrato il ritorno del tycoon alla Casa Bianca come il trionfo del “buonsenso, della passione e del futuro”, collegandolo alla lotta contro l’immigrazione clandestina, alla riduzione delle tasse, alla difesa delle radici cristiane e al contrasto dei presunti processi politici. Non si era limitato alle congratulazioni istituzionali: aveva presentato quella vittoria come una conferma della propria linea.
Alla vigilia delle elezioni di metà mandato, invece, il tono era già cambiato. Alla domanda su un possibile augurio rivolto a Trump, Salvini aveva risposto: “No, lo faccio agli americani”. Una ritirata preventiva, arrivata quando i sondaggi segnalavano la possibilità di una pesante sconfitta repubblicana. Non serviva aspettare lo scrutinio per capire che il leader della Lega stava cercando di prendere le distanze senza ammetterlo apertamente.
Dopo la vittoria democratica, quella cautela è diventata silenzio. Lo stesso Salvini che commenta quotidianamente fatti internazionali, elezioni straniere e dichiarazioni di leader lontani non sembra avere nulla da dire sul crollo politico del presidente che aveva indicato come modello. Trump continua a essere un riferimento quando vince, ma diventa improvvisamente un affare interno degli Stati Uniti quando perde.
Un rapporto politico valido soltanto nelle vittorie
Il problema non è che Salvini abbia sostenuto Trump. Ogni leader politico ha il diritto di riconoscersi in alleati e modelli internazionali. Il problema nasce quando quel legame viene esibito nei momenti favorevoli e nascosto appena presenta un costo. Se la vittoria di Trump era anche la vittoria delle idee della Lega, la sua sconfitta dovrebbe almeno imporre una riflessione sulla capacità di quelle stesse idee di convincere gli elettori.
Salvini potrebbe spiegare perché il messaggio trumpiano non ha più funzionato. Potrebbe interrogarsi sul peso della guerra contro l’Iran, del costo della vita, dei dazi e dell’insoddisfazione economica. Potrebbe perfino difendere Trump, sostenendo che il voto non rappresenti una bocciatura della sua linea. Qualsiasi posizione avrebbe una dignità politica. Il silenzio, invece, trasmette l’impressione di un leader che aspetta di capire da quale parte soffia il vento prima di decidere quali convinzioni conservare.
Non è la prima volta che accade. Salvini e la Lega hanno spesso nominato esplicitamente Trump per elogiarne le decisioni, mostrando invece una maggiore prudenza quando le sue parole o le sue politiche diventavano problematiche per l’Italia. Un rapporto selettivo nel quale la vicinanza viene rivendicata durante le vittorie e attenuata nei momenti di difficoltà.
Il conto rischia di pagarlo la Lega
Questa incoerenza sarebbe già politicamente rilevante per qualsiasi partito. Per la Lega di oggi, però, può diventare particolarmente costosa. Salvini è stato appena rieletto segretario dopo un congresso che ha certificato l’esistenza di un dissenso interno tutt’altro che marginale. Massimo Garavaglia ha raccolto 146 voti contro i 465 del leader uscente, mentre una parte dei delegati si è astenuta o ha consegnato scheda bianca o nulla.
Salvini ha quindi conservato il controllo del partito, ma non ha cancellato le domande sulla sua linea. La Lega continua a dover fare i conti con una perdita di identità, con il difficile rapporto tra vocazione nazionale e radicamento settentrionale e con un consenso molto lontano dai risultati ottenuti negli anni migliori. In una situazione simile, ogni giravolta internazionale rafforza l’impressione che il partito insegua gli eventi invece di interpretarli.
Chi sostiene ancora Salvini dentro la Lega continua spesso a tacere davanti alle sue contraddizioni. Le critiche vengono liquidate come attacchi personali, correntismo o tentativi di indebolire il partito. Ma una leadership non si rafforza impedendo le domande. Si rafforza offrendo una direzione riconoscibile e assumendosi la responsabilità delle scelte compiute.
Una leadership che cambia posizione senza ammetterlo
Il silenzio su Trump è quindi qualcosa di più di una mancata dichiarazione. È il simbolo di un metodo politico nel quale le posizioni cambiano senza che il cambiamento venga mai spiegato. Salvini non annuncia una revisione, non riconosce un errore e non apre una discussione. Semplicemente smette di parlare dell’alleato che fino al giorno prima rappresentava il futuro.
Può darsi che il leader della Lega stia cercando di proteggersi dalle conseguenze della sconfitta repubblicana. Può darsi che abbia compreso prima di altri quanto fosse rischioso continuare a legare il proprio nome a quello di Trump. Ma proprio questa eventuale intuizione rende ancora più necessario un chiarimento. Se il modello americano non convince più, Salvini dovrebbe spiegare quale alternativa propone. Se invece continua a considerarlo valido, dovrebbe avere il coraggio di difenderlo anche nella sconfitta.
La Lega non può permettersi una linea politica costruita soltanto sulle vittorie altrui. Un partito già indebolito e attraversato da divisioni interne ha bisogno di coerenza, non di improvvisi silenzi. Ha bisogno di una leadership capace di sostenere le proprie scelte anche quando diventano impopolari, non di un segretario pronto a salire sul carro del vincitore e altrettanto rapido a scendere quando il viaggio si complica.
Nel 2024 Salvini aveva salutato il successo di Trump con entusiasmo incontenibile. Nel 2026, davanti alla sconfitta dei repubblicani, non trova le parole. È proprio in questa distanza tra l’esultanza di ieri e il silenzio di oggi che si misura la debolezza della sua leadership. E questa volta il prezzo dell’incoerenza rischia di non pagarlo soltanto Salvini, ma l’intera Lega.


