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Ha ragione Giordano Bruno Guerri: per la destra è tempo di riscoprire libertà, cultura e futuro

Pubblicato: 07/11/2026 08:59

C’è una grande occasione davanti alla destra europea. E sarebbe un errore imperdonabile sprecarla. La sconfitta di Donald Trump nelle elezioni americane non rappresenta soltanto una battuta d’arresto per un presidente che aveva fatto della propria personalità il centro di ogni cosa. È il segnale di una crisi culturale molto più profonda, che investe un’intera concezione della politica. Quella secondo cui per essere di destra bisogna necessariamente essere arrabbiati, aggressivi, nemici del compromesso, diffidenti verso la cultura e convinti che ogni problema possa essere risolto individuando qualcuno contro cui combattere. Un’idea che ha conquistato milioni di persone, ma che ha progressivamente impoverito la stessa identità della destra.

Lo ha spiegato molto bene Giordano Bruno Guerri, in un intervento pubblicato oggi su Repubblica che merita di essere letto e discusso, soprattutto a destra. Lo storico vede nella crisi del trumpismo un’occasione per i conservatori europei di recuperare la propria autonomia culturale. E individua una responsabilità precisa: quella di aver confuso «la sguaiatezza per coraggio e il sovranismo urlato per patriottismo». È una diagnosi che condivido profondamente. Perché il vero problema del trumpismo non è soltanto Donald Trump. È ciò che ha prodotto nella cultura politica occidentale, trasformando la forza in prepotenza, il patriottismo in nazionalismo, la fermezza in arroganza e la libertà in una parola da utilizzare soltanto quando conviene. È aver convinto una parte consistente dell’elettorato conservatore che il mondo si divida tra amici e nemici, che la complessità sia un’invenzione delle élite e che le istituzioni rappresentino un ostacolo alla volontà popolare.

Una destra che non abbia bisogno di nemici

Guerri individua tre pilastri sui quali ricostruire un’identità politica autonoma: libertà individuale e responsabilità, garantismo e rispetto delle istituzioni, apertura economica e centralità della cultura. E soprattutto immagina una destra «aristocratica nello spirito e popolare nelle istanze», capace di difendere le libertà civili e di amare l’arte e il futuro. È un passaggio particolarmente significativo, perché restituisce alla destra una dimensione culturale che troppo spesso è stata sacrificata sull’altare del consenso immediato. Non una destra più debole, dunque. Una destra migliore. Che non rinuncia alle proprie convinzioni, ma trova finalmente il coraggio di sottrarle alla banalizzazione populista.

È precisamente questo il punto. Per troppo tempo si è accettato che la destra dovesse essere definita soprattutto da ciò a cui si oppone. Contro l’immigrazione, contro la globalizzazione, contro Bruxelles, contro le élite, contro il politicamente corretto, contro un generico mondo moderno percepito come ostile. Una sequenza infinita di contrapposizioni che può certamente mobilitare un elettorato, ma non costruisce una visione della società. Una cultura politica non può vivere soltanto di nemici. Deve possedere un’idea di libertà, una concezione della giustizia, una proposta di futuro. Deve sapere che cosa vuole costruire, non soltanto che cosa intende abbattere.

La destra dovrebbe essere, per sua natura, la cultura della responsabilità individuale, del merito, del dovere, della libertà e della qualità delle istituzioni. Dovrebbe difendere la capacità delle persone di scegliere autonomamente, di realizzare le proprie aspirazioni, di costruire la propria vita senza dover chiedere continuamente il permesso allo Stato o alla maggioranza del momento. Dovrebbe considerare la legge un limite anche per chi governa, non uno strumento da piegare alle necessità del potere. E soprattutto dovrebbe ricordare che la libertà non è un privilegio riservato a chi condivide le nostre convinzioni. È un principio che vale proprio quando protegge chi la pensa diversamente da noi.

Guerri insiste giustamente su un’altra contraddizione: quella di una destra che pretende di combattere il conformismo attraverso un conformismo di segno opposto. Non si difende la libertà di espressione imponendo nuovi divieti, non si combatte la censura chiedendo di censurare gli altri. E non si rafforzano le istituzioni pretendendo che siano rispettate soltanto quando producono decisioni gradite. Il garantismo, la separazione dei poteri, la presunzione d’innocenza non possono essere principi intermittenti, da invocare per gli amici e dimenticare per gli avversari. Una destra liberale deve averli nel proprio patrimonio genetico, non nel repertorio delle convenienze politiche.

C’è poi una questione decisiva, sulla quale il trumpismo ha prodotto forse il suo danno maggiore: il rapporto con la modernità. Una parte della destra ha cominciato a comportarsi come se il futuro fosse una minaccia e il passato una soluzione. Ma conservare non significa immobilizzare. Significa riconoscere ciò che merita di attraversare il tempo, distinguendolo da ciò che deve necessariamente cambiare. Una destra che abbia paura dell’innovazione, della scienza, della trasformazione sociale, della diversità e persino delle nuove forme della cultura rinuncia alla propria funzione politica. Diventa una forza di resistenza anziché una forza di governo. Difende un mondo che non esiste più invece di contribuire a costruire quello che verrà.

E lo stesso vale per il patriottismo. Non c’è nulla di più profondamente patriottico che lavorare perché il proprio Paese sia protagonista del futuro. Ma per riuscirci bisogna comprendere che il mondo non è più quello dei confini chiusi e delle economie autosufficienti. Guerri ricorda quanto il protezionismo finisca per impoverire proprio coloro che pretende di proteggere, trasformando i confini economici in barriere alla libertà di scelta. Il sovranismo ha venduto l’illusione che ogni Stato possa recuperare potere isolandosi. È vero esattamente il contrario. L’Italia può contare davvero soltanto dentro un’Europa forte, capace di decidere, di difendersi, di competere sul terreno tecnologico ed economico con le grandi potenze. L’europeismo non è la rinuncia all’identità nazionale. È lo strumento attraverso il quale quell’identità può continuare ad avere peso nella storia.

La sfida di Meloni e il coraggio di cambiare

In questo scenario Giorgia Meloni si trova davanti a una scelta che va ben oltre la gestione dei rapporti con Washington. Alla presidente del Consiglio bisogna riconoscere una capacità politica che molti suoi avversari continuano a sottovalutare. Ha dimostrato di saper distinguere gli interessi nazionali dalle simpatie ideologiche, prendendo progressivamente le distanze da Trump senza mettere in discussione il legame strategico con gli Stati Uniti. Anche Guerri riconosce questo pragmatismo, ma avverte che l’equilibrismo non può diventare una condizione permanente. È un’osservazione corretta. Perché la vera questione non riguarda soltanto la diplomazia. Riguarda l’identità culturale della destra italiana e il suo rapporto con il futuro.

Prendere le distanze da Trump, infatti, non significa automaticamente liberarsi del trumpismo. Si può abbandonare un alleato politico continuando a utilizzarne il linguaggio, gli strumenti e persino la concezione del potere. Si può scegliere l’Europa nei vertici internazionali e continuare a raccontarla come un nemico davanti ai propri elettori. Si può rivendicare la stabilità delle istituzioni e contemporaneamente alimentare la delegittimazione di chi non condivide le proprie posizioni. È questa contraddizione che la destra italiana deve avere il coraggio di superare. Non per piacere alla sinistra, ma per essere finalmente padrona della propria identità.

E qui bisogna chiarire un equivoco. Una buona destra non è una destra moderata per timidezza, che rinuncia alle proprie battaglie per risultare più accettabile. Può essere radicale nelle idee, ambiziosa nelle riforme, inflessibile nella difesa dei principi. Ma non deve mai confondere la determinazione con l’intolleranza, il coraggio con l’aggressività, l’autorevolezza con l’autoritarismo. Può difendere la sicurezza senza alimentare la paura, sostenere la tradizione senza trasformarla in nostalgia, rivendicare l’identità nazionale senza aver bisogno di disprezzare quella degli altri. La moderazione non consiste necessariamente nel collocarsi a metà strada tra posizioni contrapposte. Consiste nel riconoscere che anche la forza deve conoscere dei limiti.

C’è una differenza sostanziale tra vincere le elezioni e conquistare il futuro. Le elezioni si possono vincere anche sfruttando il risentimento, esasperando le contraddizioni, promettendo risposte impossibili. Ma governare una società significa qualcosa di infinitamente più complesso. Significa costruire fiducia, rafforzare le istituzioni, riconoscere il valore delle competenze, tenere insieme interessi differenti. Significa soprattutto lasciare un Paese migliore di quello che si è trovato. Una destra che urla può conquistare un’elezione. Ma alla lunga rischia di perdere il Paese, perché il consenso fondato sulla rabbia si consuma mentre quello costruito sulla credibilità può durare nel tempo.

La riflessione di Guerri ha dunque il merito di riportare il confronto sul terreno nel quale dovrebbe svolgersi: quello delle idee. Lo storico invita la destra europea a riscoprire le proprie radici umanistiche, a ritrovare il valore della cultura, dell’arte, della libertà individuale e della laicità delle istituzioni. Non si tratta di un esercizio nostalgico o di una discussione per intellettuali. È una questione profondamente politica. Perché una destra che rinuncia a produrre cultura è condannata a consumare quella degli altri, oppure a rifugiarsi in una ripetizione sempre più sterile dei propri simboli. E senza una cultura autonoma non può esistere una proposta politica davvero innovativa.

In fondo, il paradosso di questa stagione è proprio questo: per tornare a essere autenticamente conservatrice, la destra deve avere il coraggio di essere profondamente innovatrice. Deve conservare i principi e cambiare gli strumenti, difendere i valori e abbandonare i feticci, rispettare la storia senza diventare prigioniera della nostalgia. Soprattutto, deve smettere di credere che il proprio destino dipenda dalla fortuna politica di un uomo, per quanto potente. Trump passerà, come passano tutti i leader. Le grandi culture politiche, invece, sopravvivono soltanto quando hanno qualcosa da dire alle generazioni che verranno.

La crisi del trumpismo può diventare allora una liberazione. Non il ritorno a una destra più prudente, più grigia, più accomodante. Al contrario: l’occasione per costruire una destra più coraggiosa, più colta, più moderna, più libera. Una destra che non voglia riportare indietro il mondo, ma contribuire a guidarlo. Perché la vera ambizione di chi crede nella politica non dovrebbe essere quella di vincere contro il proprio tempo. Dovrebbe essere quella di avere ragione prima del proprio tempo.

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