
L’ipotesi di omicidio volontario si fa sempre più concreta nell’indagine sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso lo scorso 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, a Milano. Dagli ultimi interrogatori svolti in Questura emergono nuovi elementi che mettono in discussione la versione fornita nelle ore immediatamente successive ai fatti. Le dichiarazioni rese dai quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso avrebbero contribuito a delineare un quadro investigativo differente rispetto a quello iniziale. L’attenzione della Procura si concentra ora sull’operato dell’assistente capo di 42 anni che ha materialmente esploso il colpo fatale.
Nel corso degli interrogatori davanti al pubblico ministero Giovanni Tarzia, gli agenti coinvolti avrebbero integrato e in parte modificato quanto riferito in precedenza. Gli inquirenti stanno valutando con attenzione le discrepanze emerse tra le prime testimonianze e quelle più recenti. Proprio queste divergenze avrebbero rafforzato il sospetto di una gestione non trasparente delle operazioni antidroga condotte quel giorno nell’area del boschetto. L’intera dinamica dell’intervento è ora al centro di una ricostruzione più approfondita da parte della magistratura.
Il nodo della pistola a salve
Secondo quanto trapelato dagli atti, uno degli elementi chiave dell’inchiesta riguarda la presenza di una pistola a salve trovata sul posto dopo la sparatoria. Gli investigatori stanno verificando l’ipotesi che l’arma possa essere stata collocata successivamente e che non sia mai stata effettivamente impugnata dalla vittima. Questa circostanza, se confermata, potrebbe modificare in modo significativo la lettura dell’accaduto. La possibilità di una messinscena è ora oggetto di accertamenti tecnici e testimonianze incrociate.
Parallelamente, si starebbe delineando un presunto comportamento autonomo da parte dell’assistente capo nella conduzione delle operazioni. Gli altri agenti avrebbero infatti evidenziato modalità operative ritenute anomale rispetto alle procedure standard previste negli interventi antidroga. Tali elementi potrebbero incidere sulla qualificazione giuridica dei fatti e sul possibile aggravamento delle responsabilità penali. L’inchiesta prosegue nel tentativo di chiarire ogni passaggio dell’intervento che ha portato alla morte del giovane nel quartiere milanese.


