
Il mistero legato alla scomparsa di Emanuela Orlandi continua a sollevare interrogativi che, a distanza di decenni, restano senza risposta. Nel corso dell’audizione davanti alla commissione bicamerale d’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori, il procuratore Giovanni Malerba ha delineato uno scenario che richiama dinamiche già viste in altre vicende italiane segnate da depistaggi complessi. Secondo quanto riferito, il caso sarebbe stato oggetto di azioni mirate a deviare le indagini, con modalità sofisticate che avrebbero compromesso la ricostruzione dei fatti sin dalle prime fasi investigative.
Nel corso della giornata del 19 febbraio 2026, oltre al magistrato, sono state ascoltate anche persone ritenute potenzialmente utili per il filone d’indagine legato ai cosiddetti “cinematografari”, insieme a una ex compagna di classe di Mirella Gregori. Tuttavia, l’intervento di Malerba ha rappresentato il momento centrale dei lavori, anche alla luce del suo ruolo nella seconda inchiesta sulla scomparsa della giovane cittadina vaticana. Nel 1997, infatti, fu incaricato di redigere la requisitoria finale e, pur chiedendo l’archiviazione, indicò nuovi elementi investigativi che oggi tornano al centro dell’attenzione.
I silenzi oltretevere e le rogatorie inevase
Davanti ai commissari, Malerba ha consegnato documenti al senatore Andrea De Priamo e ha ricordato di aver definito all’epoca il fascicolo come un “caso romano” per ragioni prudenziali. Il magistrato ha spiegato che tale scelta era dettata dal timore di possibili conseguenze legali, pur lasciando intendere che il contesto di riferimento potesse collocarsi in un ambiente oltretevere. Il riferimento riguarda anche le tre rogatorie inviate in Vaticano e rimaste senza risposta, elemento che, secondo il procuratore, potrebbe aver inciso negativamente sull’esito delle indagini.
L’assenza di collaborazione su questi fronti viene indicata come uno dei possibili ostacoli nella ricerca della verità sul sequestro Orlandi. Malerba ha inoltre sottolineato come i presunti responsabili mostrassero un livello di preparazione incompatibile con quello di criminali improvvisati. Tale professionalità, a suo giudizio, suggerirebbe la presenza di soggetti ulteriori a monte dell’operazione, escludendo che il movente fosse collegato alla liberazione di Alì Agca.
Le piste alternative e il ruolo della Banda della Magliana
Nel suo intervento, il magistrato ha anche preso in esame altre ipotesi investigative che negli anni sono state avanzate. Ha escluso sia la pista della tratta delle bianche sia quella familiare, ritenendo che eventuali elementi di responsabilità interna sarebbero emersi attraverso i contatti telefonici riservati gestiti dal Vaticano. In tal caso, ha osservato, la stessa Santa Sede avrebbe avuto interesse a chiarire la propria posizione.
Non è stata invece scartata del tutto la possibilità di un coinvolgimento della Banda della Magliana, che potrebbe aver svolto un ruolo operativo su incarico di terzi. Malerba ha parlato di una possibile partecipazione nella fase di gestione o occultamento, pur in assenza di prove dirette. Un’ipotesi che si intreccia con gli scavi in corso alla Casa del Jazz, già proprietà di Enrico Nicoletti, considerato il tesoriere dell’organizzazione criminale, dove si stanno effettuando verifiche strutturali su alcune murature presenti nei sotterranei.


