Sono passati due anni dalla morte di Alexei Navalny e le ombre sul suo presunto omicidio continuano a incombere sulla Federazione Russa. Anche in occasione dell’anniversario della sua scomparsa, le conclusioni di un’indagine condotta da cinque Paesi occidentali hanno riacceso i dubbi sulle circostanze della sua morte, indicando l’ipotesi di un avvelenamento durante la detenzione.
Secondo alcune ricostruzioni, l’omicidio potrebbe essere stato perpetrato mediante l’epibatidina, una sostanza altamente tossica ricavata dalla pelle delle rane freccia sudamericane. Tuttavia, al di là delle ipotesi più recenti, la storia di Navalny è costellata di episodi che suggeriscono un uso sistematico di sostanze chimiche nei suoi confronti.
Già nel 2017 subì due attacchi: in entrambe le occasioni gli venne versato sul volto un colorante chimico, lo Zelyonka. A causa del secondo assalto fu costretto al ricovero in ospedale, dove riportò gravi lesioni agli occhi e sospetti di contaminazione tossica.
L’episodio più grave rimane però quello del 2020, quando Navalny si sentì male durante un volo interno in Russia e venne successivamente trasferito in Germania. Qui i medici confermarono l’avvelenamento con il Novichok, un agente nervino di produzione sovietica. Dopo la guarigione, nel gennaio 2021, decise di rientrare in Russia pur essendo consapevole dei rischi. Venne immediatamente arrestato al suo arrivo e condannato a pene detentive sempre più severe, fino alla morte avvenuta nel febbraio 2024 in una colonia penale artica.

La nascita di un oppositore
Navalny conosceva bene le dinamiche del potere russo e sapeva di essere diventato la principale minaccia politica interna per Vladimir Putin. Nato nel 1976, dopo la laurea in giurisprudenza a Mosca iniziò il suo percorso politico avvicinandosi ai movimenti liberali e anticorruzione.
La sua notorietà crebbe quando iniziò ad acquistare piccoli pacchetti azionari di grandi compagnie statali russe, sfruttando i diritti degli azionisti di minoranza per ottenere documenti e informazioni sulle attività dei dirigenti. Pubblicò i risultati delle sue indagini sul suo blog, che divenne rapidamente uno dei più seguiti in Russia.
Attraverso la sua organizzazione no-profit, “Unione degli azionisti di minoranza”, incoraggiava i piccoli azionisti a richiedere trasparenza e a denunciare irregolarità finanziarie. L’obiettivo dichiarato era combattere la corruzione sistemica che, a suo dire, dominava la Federazione Russa.
Le proteste e la sfida elettorale
I suoi principali bersagli divennero le grandi aziende statali e il partito “Russia Unita”, il partito di Putin. Navalny denunciò più volte presunti brogli elettorali e organizzò manifestazioni di protesta.

Il 5 dicembre 2011, il giorno dopo le elezioni parlamentari, prese parte a una manifestazione organizzata dal movimento di opposizione “Solidarietà”. Al termine della protesta partecipò a una marcia non autorizzata verso l’edificio della Commissione elettorale centrale russa e venne arrestato, trascorrendo 15 giorni in detenzione.
Nel 2013 si candidò alla carica di sindaco di Mosca, ottenendo il 27,4% dei voti, un risultato significativo per un candidato dell’opposizione. Nonostante la sconfitta, continuò la sua battaglia contro quella che definiva la “verticale del potere” putiniana.
Nel 2016 annunciò la sua intenzione di candidarsi alla presidenza della Russia, ma nel 2017 la Commissione elettorale centrale lo dichiarò ineleggibile fino al 2028 a causa di precedenti condanne penali, considerate da molti osservatori internazionali politicamente motivate.
Nel suo programma politico proponeva un maggiore parlamentarismo, una lotta sistematica alla corruzione attraverso un organismo indipendente e il rafforzamento dei diritti civili e delle libertà individuali. Navalny si presentava come un riformatore nazional-liberale, convinto che la Russia potesse diventare uno Stato moderno, meno centralizzato e più trasparente.
L’immagine internazionale e le zone d’ombra
Durante le sue battaglie politiche, la stampa occidentale ha spesso presentato Navalny come simbolo della resistenza democratica contro un regime autoritario. Tuttavia, la sua figura non è mai stata priva di controversie.
Alcuni osservatori hanno ricordato le sue dichiarazioni passate su temi migratori e nazionalisti, considerate da molti estreme o ambigue. In passato fu espulso dal partito liberale Yabloko anche per posizioni giudicate troppo radicali. In alcuni comizi utilizzò espressioni controverse nei confronti delle popolazioni del Caucaso, dichiarazioni che negli anni successivi cercò di riformulare o ridimensionare.
Sul piano internazionale, è stato sottolineato anche il suo periodo di formazione negli Stati Uniti e i presunti legami indiretti con organizzazioni occidentali impegnate nella promozione della democrazia, come la National Endowment for Democracy. Per i suoi sostenitori, si trattava di normali relazioni internazionali; per i suoi detrattori, di un elemento che ne minava l’autonomia politica.
Allo stesso modo, le condanne per frode e appropriazione indebita sono state interpretate in modo opposto: per il Cremlino rappresentavano reati comuni; per l’opposizione e molte istituzioni europee erano strumenti di repressione politica.
Una lunga scia di morti sospette

Il caso Navalny non è isolato nella storia recente russa. La pratica di omicidi mirati nella Russia post-sovietica non è una novità, così come non lo è l’utilizzo di veleni specifici.
Tra i casi più noti vi è quello dell’ex agente del FSB Alexander Litvinenko, avvelenato con Polonio-210 a Londra nel 2006. Seguirono l’omicidio del politico Boris Nemtsov, ucciso a colpi di pistola a Mosca nel 2015, e la morte sospetta di Mikhail Lesin, ex magnate dei media, trovato senza vita a Washington D.C. nello stesso anno. Anche la morte di Evgenij Prigozhin, avvenuta nel 2023 in circostanze mai del tutto chiarite, ha riacceso il dibattito sulle modalità con cui il potere russo elimina figure divenute scomode.
Un simbolo divisivo
A due anni dalla sua morte, Navalny resta una figura divisiva. Per molti è il volto della resistenza democratica in Russia; per altri è stato un politico controverso, la cui immagine internazionale ha spesso semplificato una biografia più complessa.
Ciò che rimane certo è che la sua morte ha segnato un punto di non ritorno nei rapporti tra Mosca e l’Occidente, trasformando Navalny da oppositore politico a simbolo globale di un conflitto tra modelli di potere e visioni del futuro della Russia.


