
L’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso nel boschetto di Rogoredo, entra in una fase cruciale e segna una svolta pesante per l’agente Carmelo Cinturrino, oggi formalmente indagato per omicidio volontario. Le ricostruzioni della Procura della Repubblica di Milano, supportate dagli accertamenti della Squadra mobile e dagli interrogatori svolti in questura, delineano un quadro investigativo che mette in discussione la versione iniziale fornita dal poliziotto.
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Secondo quanto emerso, l’assistente capo avrebbe gestito in autonomia le fasi immediatamente successive alla sparatoria. I quattro colleghi iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso avrebbero dichiarato agli inquirenti che Cinturrino avrebbe riferito di aver già contattato i soccorsi. Una circostanza che, alla luce delle verifiche tecniche, appare ora centrale nell’ipotesi accusatoria.

La sequenza temporale e i 23 minuti sotto esame
Uno dei punti chiave dell’indagine riguarda la ricostruzione precisa degli orari. Gli investigatori avrebbero individuato nel pomeriggio del 27 gennaio il momento dello sparo. Intorno alle 17.30, Mansouri avrebbe risposto a una telefonata che, secondo gli inquirenti, potrebbe averlo avvisato dell’arrivo della polizia. Il colpo esploso dall’agente lo avrebbe raggiunto poco sopra la tempia proprio mentre era al telefono. Una seconda chiamata, arrivata subito dopo, sarebbe rimasta senza risposta.
Dalla prima telefonata alla richiesta di intervento al 118 sarebbero trascorsi 23 minuti. Un intervallo temporale che, secondo l’accusa, avrebbe potuto risultare determinante. È su questo lasso di tempo che si concentra una parte rilevante delle contestazioni, con l’ipotesi che non sia stato prestato immediato soccorso al giovane, già a terra in condizioni gravissime.
I dubbi sull’arma e l’ipotesi della messinscena
Altro elemento centrale riguarda la pistola rinvenuta accanto al corpo: una replica di Beretta caricata a salve. La presenza dell’arma, secondo la versione difensiva, avrebbe giustificato la reazione dell’agente in termini di legittima difesa. Tuttavia, le immagini delle telecamere di via Impastato e del commissariato Mecenate restituirebbero una dinamica diversa.
In base agli accertamenti, uno degli agenti sarebbe stato ripreso mentre si recava in commissariato nei minuti successivi alla sparatoria. Solo dopo il suo rientro nel boschetto sarebbe comparsa la pistola accanto al cadavere. Per la Procura, si tratterebbe di una possibile messinscena, con l’obiettivo di ricostruire un conflitto a fuoco che non sarebbe mai avvenuto. Gli investigatori ritengono che Mansouri fosse in realtà disarmato.
Resta comunque determinante la consulenza balistica, che dovrà stabilire in modo definitivo traiettoria, distanza e compatibilità tra arma e ferita.

Le ombre sui rapporti pregressi e le nuove piste
A complicare ulteriormente il quadro investigativo vi sarebbero precedenti contrasti tra il 28enne e l’agente, riferiti da colleghi di Cinturrino. Circostanza che, se confermata, potrebbe incidere sulla valutazione del movente.
Nel fascicolo sarebbe confluita anche una segnalazione su un presunto appartamento in piazzale Ferrara dove due spacciatori avrebbero beneficiato della protezione di un poliziotto indicato come “Carmelo”. Una pista ancora tutta da verificare, ma che gli inquirenti stanno approfondendo.
Nel frattempo, i quattro agenti indagati hanno risposto alle domande degli inquirenti sostenendo la propria estraneità ai fatti. Le loro difese puntano a dimostrare che la gestione della scena sarebbe stata interamente nelle mani di Cinturrino.
La vicenda è seguita con attenzione anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha sottolineato la capacità della Polizia di Stato di fare chiarezza al proprio interno, ribadendo che verranno accettate con serenità le conclusioni dell’autorità giudiziaria.
L’indagine sulla sparatoria di Rogoredo resta dunque aperta e complessa. Tra accertamenti tecnici, testimonianze e verifiche sulle immagini, sarà il lavoro della magistratura a stabilire la verità sulla morte di Abderrahim Mansouri e sulle eventuali responsabilità penali degli agenti coinvolti.


