
Caro Max, ti prego: basta. Sanremo 2026, nave da crociera ormeggiata al largo, collegamento scintillante, luci, pubblico in festa. E poi? Max Pezzali canta l’ennesimo medley degli 883. Gli stessi brani, gli stessi ritornelli, la stessa comfort zone di trent’anni fa.
Sì, lo sappiamo: sono canzoni che hanno segnato una generazione. Le abbiamo cantate tutti, urlate in macchina, dedicate agli amici, alle prime storie, alle estati infinite. Ma non si può vivere di rendita all’infinito. Non si può trasformare ogni apparizione in un museo itinerante della nostalgia anni ’90.
Sanremo è il palco più grande della musica italiana. È l’occasione per sorprendere, per rischiare, per dire qualcosa di nuovo. E invece ancora lì, con il pilota automatico inserito, a ripescare i successi di quando c’era ancora il walkman. Un karaoke di lusso, ben confezionato, ma pur sempre un karaoke.
Il pubblico applaude, certo. Perché la memoria è comoda, rassicurante. Ma l’artista che è diventato Max Pezzali non può limitarsi a fare il custode del proprio passato. Trent’anni di carriera dovrebbero significare evoluzione, non ripetizione.
E poi una domanda, inevitabile: Mauro Repetto dov’è? L’hai lasciato nel freezer?


