
Sul palco più visto della televisione italiana, quello della terza serata di Sanremo, Ubaldo Pantani ha portato l’imitazione di Lapo Elkann. E qui la domanda sorge spontanea, con tutto il rispetto per l’arte dell’imitazione: perché?
Che Pantani imiti Pippo Baudo è perfettamente comprensibile. Baudo è un monumento televisivo, una figura stratificata, riconoscibile, carica di memoria collettiva a Sanremo. Ma Lapo? Qual è oggi il peso simbolico e mediatico tale da giustificare un’imitazione sul palco dell’Ariston?
L’imitazione vive di icone, non di nostalgie
L’imitazione funziona quando intercetta un archetipo. Un personaggio che abita l’immaginario nazionale, che parla (ancora) al presente, che rappresenta qualcosa di vivo, divisivo, riconoscibile. Lapo Elkann è stato, indubbiamente, un fenomeno mediatico nei primi anni Duemila: il marketing della nuova 500, l’estetica iper-ricercata, le cronache mondane, le vicende personali finite sulle prime pagine.
Ma parliamo di vent’anni fa. Oggi Lapo è una figura defilata, che ha scelto – legittimamente – una maggiore discrezione pubblica. Non è al centro del dibattito culturale, non domina i social, non orienta l’agenda mediatica. È davvero così “iconico” nel 2026 da diventare bersaglio privilegiato di una caricatura in prima serata?
Satira o archeologia televisiva?
La sensazione è che si sia pescato più nel repertorio che nell’attualità. Una satira efficace dovrebbe mordere il presente, non rispolverare un passato che, per quanto pittoresco, appartiene a un’altra stagione.
Certo, il cognome Elkann resta legato alla più nota dinastia imprenditoriale italiana, ma l’ironia dovrebbe colpire un ruolo, un potere, una funzione. Non un’eco lontana di un’epoca glamour ormai archiviata. La domanda, dunque, non è se sia lecito imitare Lapo. È se sia interessante farlo oggi.
Il palco dell’Ariston non è un varietà qualsiasi
Sanremo non è un club di cabaret. È il palcoscenico più osservato del Paese, un rito collettivo che ogni anno pretende di essere specchio del tempo. Se la scelta dei personaggi da imitare diventa un esercizio di nostalgia mondana, il rischio è quello di scambiare l’eco di un nome noto per una vera rilevanza culturale.
L’ironia può essere elegante, affilata, intelligente. Ma deve avere un bersaglio che conti. Altrimenti resta un gesto manierista, un numero ben eseguito ma privo di necessità.
E in un Festival che rivendica centralità e modernità, forse sarebbe stato più audace scegliere un obiettivo meno polveroso e più aderente al presente. Perché la satira, quando non graffia l’oggi, finisce per sembrare un esercizio di stile. E poco più.


