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“Così si è schierata”. Sanremo 2026, le critiche a Laura Pausini sconfinano nella politica

Pubblicato: 27/02/2026 18:56

Sanremo torna, accende la tv di milioni di italiani e, puntuale, fa esplodere discussioni e veleni. Con Sanremo 2026 alle prese con un calo di spettatori considerato da molti fisiologico, la domanda diventa subito una: di chi è la colpa? E mentre qualcuno si aspettava un attacco frontale al direttore artistico Carlo Conti, rimasto sul binario più istituzionale possibile tra omaggi ai partigiani e antifascismo, il mirino si è spostato altrove.

Al centro della bufera, ancora una volta, finisce Laura Pausini. Una polemica che non nasce oggi, ma riaffiora ogni volta che il suo nome tocca temi sensibili. E stavolta, complice il clima attorno al Festival, il confine tra musica e politica si è fatto sottilissimo.

Una polemica che non si spegne

Il caso si trascina da tempo: prima il commento dell’artista sullo scandalo di Bibbiano, poi l’episodio che ha lasciato una scia lunga. Durante un’ospitata nella tv spagnola, Pausini si rifiutò di cantare “Bella ciao”, spiegando di considerarla una canzone “troppo politica”. Da lì, l’incendio.

In Spagna, i socialisti parlarono di un gesto che non diceva nulla di positivo sull’artista. In Italia, invece, i toni si fecero ancora più duri: La Repubblica arrivò a definirla il “Mariano Apicella della Meloni”, con una tempesta mediatica che si è portata dietro strascichi e nuove letture.

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Laura Pausini a Sanremo 2026

Sanremo 2026, il duro attacco e la miccia politica

Non solo polemiche: dal Partito Democratico arrivò perfino una proposta di legge per far eseguire “Bella ciao” subito dopo l’Inno nazionale nelle sedi istituzionali e nelle scuole. Un passaggio che, per i critici, trasformava definitivamente il brano in un simbolo identitario.

Da quel momento, sostengono alcuni osservatori, Pausini si sarebbe ritrovata addosso una sorta di marchio: una “bolla” di sospetto, quasi una scomunica antifascista pronta a riattivarsi a ogni nuova occasione. A rimettere il tema al centro è stato Aldo Cazzullo, ripreso anche da Annalisa Terranova su Libero Quotidiano, intervenendo sul Corriere della Sera in risposta a un lettore proprio sui motivi del calo di ascolti di Sanremo 2026.

Le parole di Cazzullo (integrali)

Questo quanto riportato integralmente da Cazzullo su Corriere: “Al suo fianco, Laura Pausini si lamenta di essere contestata sui social, sia pure da una minoranza. Ma la Pausini si è schierata. Rifiutandosi di cantare Bella ciao, in un contesto innocuo come la tv spagnola, ritenendola una canzone politica e divisiva — mentre è un inno alla libertà, che tra l’altro nessun partigiano ha mai cantato, a differenza di Fischia il vento che è, quella sì, una canzone di sinistra — ha scelto la destra; e non quella democristiana, liberale, conservatrice, ma la destra antiantifascista, che peraltro oggi è molto di moda. Schierarsi è legittimo, per carità; ma in questo modo si rinuncia a piacere a tutti”.

Carlo Conti e Laura Pausini a Sanremo 2026

Il nodo: “destra anti-antifascista” e lo scontro di idee

Il punto che fa discutere più di tutto è quella definizione: “destra anti-antifascista”. Da qui, la riflessione scivola in un terreno più ampio, dove le parole diventano etichette e le etichette diventano schieramenti.

Da un lato c’è chi sostiene che il fascismo sia una stagione finita nel 1945 e che continuare a definirsi “anti” rispetto a un fenomeno storicamente concluso rischi di lasciare aperte le lacerazioni della guerra civile. In questa area vengono spesso citati intellettuali come Ignazio Silone, Augusto Del Noce, Indro Montanelli e Leonardo Sciascia.

Dall’Ur-fascismo di Eco alle letture del presente

Dall’altro lato c’è la teoria dell’Ur-fascismo di Umberto Eco, secondo cui il rischio autoritario non sparisce: cambia pelle e può ripresentarsi in forme sempre nuove. Una visione che, nel tempo, ha portato a leggere tratti “fascisti” o “proto-fascisti” in figure politiche molto diverse tra loro: da Fanfani a Craxi, da Nixon a Berlusconi, fino a Vannacci, Trump e Meloni.

Aldo Cazzullo
Laura Pausini durante Sanremo 2026

Quando un gesto artistico diventa un caso nazionale

In mezzo, c’è l’artista romagnola: cresciuta in un contesto cattolico, abituata a cantare in parrocchia più che nei centri sociali, finita suo malgrado dentro una disputa ideologica che va ben oltre il palco dell’Ariston.

È qui che la storia si fa emblematica: l’immagine è quella di un tribunale simbolico pronto a emettere sentenze morali, dove il rifiuto di intonare un brano diventa un atto politico e una dichiarazione di appartenenza. E mentre Sanremo continua a essere musica, spettacolo e rituale nazionale, la discussione si sposta altrove: nel punto in cui cultura pop e identità politica si intrecciano, e una scelta artistica torna a trasformarsi in un caso che divide il Paese.

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Ultimo Aggiornamento: 27/02/2026 18:57

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