
Momenti di tensione all’università Ca’ Foscari di Venezia durante un incontro con Carlo Calenda, leader di Azione, contestato da alcuni attivisti del collettivo Sumud. La protesta, avvenuta il 5 marzo nel campus di Economia, ha interrotto per alcuni minuti l’appuntamento organizzato dall’associazione studentesca Futura.
Durante il blitz è riapparso il gesto della P38, già mostrato mesi fa in una protesta contro Emanuele Fiano, ex deputato del Partito Democratico, sempre nello stesso ateneo. Un gesto simbolico che richiama gli anni della lotta armata e che ha alimentato nuove polemiche sul clima politico nelle università.
La contestazione durante l’incontro con Calenda

Secondo quanto ricostruito, alcuni attivisti hanno fatto irruzione con striscioni e slogan durante l’evento dedicato al confronto politico. La protesta è durata pochi minuti ma ha attirato l’attenzione dei presenti e degli organizzatori, preoccupati per il clima di tensione che si sarebbe creato all’interno dell’ateneo.
Il collettivo Sumud ha poi rivendicato l’azione sui social, pubblicando un video accompagnato da un messaggio dai toni duri. Nel testo si legge: «Se la guerra è il presente, guerra alla guerra, guerra al futuro, ma anche a Futura».
Gli attivisti contestano la presenza dei partiti nelle università e criticano in particolare l’iniziativa organizzata dall’associazione studentesca, accusata di ospitare esponenti politici legati alla cosiddetta democrazia liberale. Nel loro messaggio online sostengono di aver interrotto l’incontro per protestare contro quello che definiscono il ruolo dei partiti e delle élite nelle dinamiche internazionali.
La reazione di Futura e l’allarme sul clima nell’ateneo
A rendere pubblico l’episodio è stata la stessa associazione Futura, finita nel mirino degli attivisti. In una nota gli studenti parlano di un clima di crescente tensione all’interno dell’università e denunciano la comparsa sui social di commenti intimidatori e offensivi.
Secondo l’associazione, sotto alcuni post pubblicati dal collettivo sarebbero apparsi messaggi che richiamano esplicitamente la violenza, tra cui lo slogan «guerra a Futura». Alcuni di questi contenuti, sostengono gli organizzatori, sarebbero stati rilanciati anche da figure impegnate politicamente a livello locale.
Gli studenti ribadiscono che l’obiettivo del ciclo di incontri è favorire il confronto tra idee diverse. Gli appuntamenti, spiegano, prevedono la partecipazione di esponenti di differenti realtà politiche e istituzionali proprio per offrire agli universitari occasioni di dialogo diretto con i protagonisti della vita pubblica.
L’appello: «L’università resti luogo di dialogo e libertà»
Futura ha quindi lanciato un appello alla comunità accademica di Ca’ Foscari, chiedendo alle organizzazioni e ai movimenti presenti nell’ateneo di prendere le distanze da episodi di questo tipo.
Secondo l’associazione il dissenso rappresenta una parte fondamentale della vita democratica universitaria, ma non può trasformarsi in intimidazioni o richiami alla violenza. Gli studenti sottolineano inoltre che durante l’incontro tutti i partecipanti avevano la possibilità di intervenire e porre domande, mentre chi ha organizzato la contestazione avrebbe preferito interrompere l’evento con striscioni e slogan.
L’obiettivo, spiegano, è difendere il ruolo dell’università come spazio aperto al pluralismo, dove nessun gruppo possa decidere chi sia legittimato a parlare o quali temi possano essere discussi.
La replica di Carlo Calenda
Sui social Carlo Calenda ha ridimensionato l’episodio, invitando a non alimentare ulteriori polemiche. Il leader di Azione ha raccontato che la protesta sarebbe stata portata avanti da «due ragazzi» e ha ironizzato sulle modalità della contestazione.
«Non ne farei una questione. Erano due ragazzi (di numero) che hanno sbagliato il cartellone, non gli funzionava il megafono, blateravano cose incomprensibili e quando li ho invitati a esprimersi in lingua italiana al microfono si sono dileguati. So ragazzi», ha scritto sul suo profilo.
Nonostante il tentativo di sdrammatizzare, l’episodio riaccende il dibattito sul clima politico nelle università italiane e sui limiti tra protesta, libertà di espressione e intimidazione durante gli incontri pubblici.


