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Cura contro il cancro nascosta dalla CIA? Un vecchio documento del 1951 ritorna virale sui social: l’esperto spiega cosa c’è di vero e falso

Pubblicato: 11/03/2026 11:11

Un documento della CIA risalente al 1951, tornato recentemente virale sui social network, ha riacceso una teoria suggestiva: l’idea che una possibile cura contro il cancro possa essere stata individuata decenni fa e poi dimenticata negli archivi. A rilanciare la vicenda è stato il Daily Mail, che ha riportato l’attenzione su un rapporto dell’intelligence statunitense declassificato nel 2014 ma tornato oggi al centro del dibattito online.

Il dossier non contiene però una ricerca medica diretta, bensì il riassunto di uno studio sovietico del 1950. In quel lavoro si ipotizzava un collegamento tra il metabolismo delle cellule tumorali e quello dei parassiti, suggerendo che alcuni farmaci antiparassitari potessero avere effetti anche contro i tumori. Tra le sostanze citate figurava il Myracyl D, un farmaco utilizzato all’epoca nel trattamento della bilharziosi.

La diffusione del documento sui social ha alimentato diverse interpretazioni, alcune delle quali di stampo complottistico, secondo cui una possibile terapia anticancro sarebbe rimasta nascosta per oltre settant’anni. Ma secondo gli esperti, la realtà scientifica è molto diversa.
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Lo studio sovietico e l’ipotesi dei farmaci antiparassitari

La teoria citata nel documento si basava su una somiglianza ipotizzata tra tumori e parassiti dal punto di vista metabolico. Partendo da questa analogia, i ricercatori sovietici avevano suggerito che alcune sostanze impiegate contro infezioni parassitarie potessero colpire anche le cellule tumorali.

Il professor Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) e docente presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, chiarisce però che si trattava di un’ipotesi mai confermata.

La notizia fa riferimento a uno studio sovietico del 1950 che metteva in relazione il metabolismo dei tumori con quello dei parassiti – spiega l’oncologo –. Da lì si ipotizzava che alcune sostanze usate contro infezioni parassitarie potessero avere un effetto anche contro il cancro”.

Secondo Di Maio, tuttavia, la ricerca successiva non ha mai prodotto risultati concreti. “Purtroppo non c’è stata nessuna evidenza concreta di beneficio. Tant’è vero che questi farmaci non sono mai diventati uno standard in nessuna applicazione oncologica”.

Perché la teoria non ha portato a una terapia

Il caso citato nel documento CIA rappresenta un esempio tipico delle difficoltà della ricerca biomedica. Spesso, risultati che appaiono promettenti in laboratorio non si traducono in cure efficaci per i pazienti.

Le evidenze in vitro possono sembrare incoraggianti, ma a volte non portano a risultati concreti nella pratica clinica”, sottolinea Di Maio. Anche quando emergono dati sperimentali interessanti, questi devono essere verificati attraverso studi clinici sull’uomo, passaggio fondamentale prima di poter considerare una terapia efficace.

Nel caso dei farmaci citati nello studio sovietico, gli eventuali risultati sperimentali non hanno trovato conferma nelle successive ricerche. “Nella migliore delle ipotesi si trattava di modelli di laboratorio che potevano rappresentare un razionale per ulteriori studi – precisa l’oncologo –. Ma questi studi sono stati deludenti e poi messi da parte, perché non è emersa alcuna evidenza di beneficio nei pazienti”.

Il mito della “cura nascosta” contro il cancro

La diffusione del documento ha alimentato anche un’altra narrazione molto diffusa online: quella secondo cui esisterebbe una cura per il cancro nascosta o deliberatamente insabbiata.

Per gli esperti, si tratta di un’idea priva di fondamento. “Io dico sempre che se qualcuno avesse davvero trovato una cura efficace per il cancro avrebbe tutto l’interesse a diffonderla, non a nasconderla”, osserva Di Maio. “Anche dal punto di vista economico i ritorni sarebbero enormi. Basta questa semplice considerazione per capire che l’idea di una cura segreta non ha senso”.

Secondo il presidente dell’Aiom, queste convinzioni nascono spesso da una comprensione parziale del funzionamento della ricerca scientifica, che procede attraverso tentativi, verifiche e risultati non sempre positivi.

“La spiegazione più semplice è anche la più corretta: quei farmaci non funzionano. Se avessero funzionato, sarebbero stati sviluppati e utilizzati”, aggiunge.

Il riutilizzo dei farmaci nella ricerca oncologica

Ciò non significa che l’idea di utilizzare farmaci nati per altre malattie nel trattamento dei tumori sia priva di basi scientifiche. In oncologia esiste infatti un campo di ricerca chiamato drug repurposing, che studia la possibilità di riutilizzare farmaci già esistenti per nuove indicazioni terapeutiche.

È un concetto molto studiato – spiega Di Maio –. Farmaci sviluppati per altre patologie possono trovare applicazioni diverse, a volte anche in modo inatteso”.

Tra gli esempi più discussi negli ultimi anni c’è la metformina, un farmaco utilizzato da decenni contro il diabete. “Negli ultimi anni si è parlato molto del possibile effetto antitumorale della metformina – ricorda l’oncologo –. Proprio per il legame tra metabolismo e crescita tumorale è stata studiata in numerosi trial clinici”.

Tuttavia, i risultati non sono stati conclusivi. “Alcuni dati sono stati interessanti, ma molti studi hanno dato risultati negativi”.

Tra entusiasmo e realtà scientifica

Un percorso simile è stato seguito anche per altri farmaci, come le statine, utilizzate per ridurre il colesterolo. Anche in questo caso diversi studi hanno esplorato un possibile effetto antitumorale, ma senza risultati definitivi.

Ci sono stati molti studi che hanno provato a testare un loro possibile effetto antitumorale, sulla base di un razionale biologico plausibile – spiega Di Maio –. Ma anche in questo caso i risultati sono stati spesso deludenti”.

Il riutilizzo di farmaci esistenti resta comunque una strategia scientifica valida, soprattutto perché molti di questi medicinali sono ormai generici e quindi potenzialmente più accessibili.

Molti di questi farmaci sono ormai generici e quindi dal punto di vista economico sarebbe molto interessante poterli usare anche per altre indicazioni”, osserva l’oncologo. Tuttavia, anche queste ipotesi devono seguire tutte le fasi della sperimentazione clinica, necessarie per dimostrare efficacia e sicurezza.

Alla fine, conclude Di Maio, il rischio reale nella ricerca scientifica non è quello di nascondere una cura, ma piuttosto l’opposto: interpretare con troppo entusiasmo risultati ancora incerti. “Alla prova dei fatti molte di queste strategie non si dimostrano efficaci – conclude –. Il rischio concreto è che risultati modesti vengano presentati in modo troppo entusiastico, molto più che l’idea che una cura efficace venga nascosta”.

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