
Le luci del Tribunale di Roma in piazzale Clodio si accendono su uno dei capitoli più discussi dell’era pandemica, riportando d’attualità la questione delle certificazioni verdi ottenute in modo irregolare. Al centro del dibattimento che sta prendendo il via nelle aule della Capitale figura un nome di primissimo piano dello spettacolo italiano: il comico Pippo Franco, coinvolto nel procedimento insieme al figlio Gabriele e alla moglie Maria Piera. Per l’intera famiglia l’accusa formulata dalla Procura è quella di falso in atto pubblico. Secondo l’impianto accusatorio, i tre avrebbero utilizzato «attestazioni di vaccinazione, mai somministrate, per ottenere la certificazione verde durante la pandemia», aggirando così le norme sanitarie vigenti in quel momento critico per il Paese.
L’inchiesta dei Nas: il “meccanismo” dietro i Green pass
L’indagine, che ha coinvolto complessivamente altre quindici persone, vede al centro della scena un medico di medicina generale, considerato dagli inquirenti il vero e proprio perno dell’intero sistema illecito. Gli accertamenti sono stati condotti con meticolosità dai carabinieri del Nas, i quali avrebbero individuato pesanti incongruenze tra il numero di dosi di vaccino ufficialmente dichiarate e quelle effettivamente disponibili e utilizzate presso lo studio medico finito sotto la lente d’ingrandimento. Secondo la ricostruzione dei magistrati romani, i dati relativi alle somministrazioni sarebbero stati inseriti nel sistema sanitario regionale in modo fittizio: le inoculazioni, in realtà, non sarebbero mai avvenute, permettendo però a soggetti privi dei requisiti necessari di risultare regolarmente vaccinati nei database ufficiali.
Gli episodi contestati dalla Procura si collocano in un arco temporale preciso, quello compreso «tra l’estate del 2021 e l’inizio del 2022», mesi in cui le restrizioni erano ancora stringenti e il possesso della certificazione era indispensabile per numerose attività sociali e lavorative. In questo periodo sarebbero state predisposte le certificazioni fasulle poi registrate telematicamente, un meccanismo che avrebbe garantito agli indagati anche il rilascio del cosiddetto Green pass rafforzato, ovvero quello legato alla somministrazione della dose booster. Mentre la difesa si prepara a dare battaglia in aula per smontare le tesi degli inquirenti, il processo promette di far luce su una zona d’ombra della gestione Covid che ha mescolato celebrità e violazioni burocratiche.

