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Funerali Bossi, contestato Salvini: camicia verde nel mirino, cori contro il tricolore a Pontida

Pubblicato: 22/03/2026 14:03

Alle esequie di Umberto Bossi a Pontida, nel luogo simbolo della Lega, il clima è stato tutt’altro che compatto. L’ultimo saluto al Senatùr si è trasformato anche in una resa dei conti interna, con Matteo Salvini contestato da una parte dei militanti e una piazza attraversata da slogan identitari, nostalgie del passato e tensioni evidenti. La presenza delle istituzioni, a partire dalla premier Giorgia Meloni, non ha smorzato un’atmosfera segnata da divisioni profonde dentro il mondo leghista.

All’arrivo del segretario del Carroccio, in camicia verde, sono partiti cori e insulti: “Molla la camicia verde, vergogna”, insieme a richiami a Bossi scanditi da una parte della folla. Una contestazione che ha trovato eco anche nelle parole di Roberto Castelli, storico esponente leghista, secondo cui “l’eredità di Bossi è stata tradita” e la Lega attuale sarebbe “un altro partito” rispetto a quella delle origini. Una frattura che emerge non solo nelle dichiarazioni politiche ma anche nel comportamento della piazza.

La piazza divisa tra nostalgia e istituzioni

Durante la cerimonia, iniziata a mezzogiorno nell’abbazia di San Giacomo, si sono alternati applausi e slogan. All’arrivo di Giorgia Meloni, la folla ha gridato “Secessione, secessione” e “Padania libera”, ma anche cori favorevoli alla premier. Più calorosa l’accoglienza per Luca Zaia, applaudito dai presenti, mentre la piazza si è riempita di simboli storici: fazzoletti verdi, bandiere con il Sole delle Alpi e il leone di San Marco.

L’organizzazione ha previsto transenne e maxi schermi per consentire ai militanti di seguire la funzione, vista la capienza limitata della chiesa. Il feretro di Bossi è stato accolto da un lungo applauso, accompagnato da simboli identitari e da una forte partecipazione emotiva, che ha confermato il legame ancora vivo tra il fondatore e una parte della base leghista.

Il coro che accende la polemica

Il momento più controverso è arrivato al termine della funzione, quando alcuni militanti hanno intonato il coro “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”. Una scena che ha costretto il ministro Giancarlo Giorgetti a intervenire chiedendo silenzio per permettere lo svolgimento della cerimonia religiosa. Subito dopo, sono ripresi i cori “Padania libera”, segno di una tensione mai davvero sopita.

Già dalle prime ore del mattino il clima appariva chiaro: striscioni, slogan e richiami all’identità padana avevano riempito Pontida, con messaggi come “Una vita senza libertà non è vita. W Bossi”. Tra i militanti, molti hanno sottolineato il ruolo del Senatùr come riferimento politico e personale, raccontando un’eredità che va oltre la politica e si lega a una dimensione identitaria ancora forte.

La giornata si chiude così tra memoria e conflitto, con l’immagine di una Lega divisa tra passato e presente, tra il richiamo alle origini e la trasformazione degli ultimi anni. Un funerale che, più che chiudere una storia, ha mostrato quanto quella storia sia ancora aperta.

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