
La scena è quella di una normalità fragile, quasi irreale, sospesa sopra una città che vive sotto pressione costante. Un parco, dei bambini che giocano, un gelato condiviso tra madri e figli. E poi il ritorno a casa, in una Teheran silenziosa e svuotata, dove la quotidianità sembra sopravvivere per inerzia più che per convinzione. È in questo contrasto che prende forma il racconto di una giornalista iraniana, costretta all’anonimato, che descrive una società intrappolata tra poteri contrapposti e una guerra che riscrive tutto, anche ciò che sembrava ormai acquisito.
A riportare il suo racconto è la Repubblica, che pubblica il colloquio con l’intellettuale iraniana, la quale sintetizza così il sentimento diffuso: “Siamo circondati da tiranni: il regime, gli Stati Uniti e Israele. Ma se devo scegliere, sto dalla parte del mio Paese”. Una frase che racchiude l’ambivalenza di una popolazione stretta tra la repressione interna e la pressione esterna, senza una vera via d’uscita.
La guerra che cancella il progresso silenzioso
La guerra in Iran non è solo una questione militare o geopolitica: è soprattutto una frattura profonda nella vita quotidiana e nel percorso civile del Paese. La giornalista racconta come, negli ultimi anni, si fosse sviluppato quello che il sociologo Asef Bayat definisce “progresso silenzioso”: piccoli cambiamenti concreti nella vita delle donne, nelle abitudini sociali, negli spazi pubblici. Un avanzamento lento ma reale, costruito giorno dopo giorno dentro una società che provava a trasformarsi senza scontri frontali.
Questo processo oggi rischia di essere spazzato via. La militarizzazione rafforza il controllo del regime e rende più difficile ogni forma di dissenso. La popolazione, già segnata da anni di repressione, si ritrova ora in una condizione ancora più opaca, dove anche comprendere chi detenga realmente il potere diventa complicato. Secondo la testimonianza, sono i pasdaran a gestire di fatto il Paese, mentre le istituzioni civili appaiono sempre più marginali.
Tra repressione interna e conflitto esterno
Il racconto non risparmia critiche al regime, accusato di aver ucciso migliaia di persone durante le proteste, ma allo stesso tempo rifiuta una lettura unilaterale del conflitto. “Non significa che io debba chiudere un occhio sulla strage di Minab”, afferma, riferendosi all’uccisione di studentesse in una scuola, un episodio che resta simbolo della violenza indiscriminata della guerra.
La posizione è complessa e rivela una tensione profonda: da un lato la consapevolezza delle responsabilità interne, dall’altro il rifiuto di una narrazione che giustifichi l’intervento esterno. La guerra, spiega, non ha mai portato democrazia in Medio Oriente, ma solo nuovi equilibri di forza e nuove sofferenze. In questo contesto, anche una parte della diaspora iraniana viene criticata per aver sostenuto l’attacco, senza comprendere fino in fondo le conseguenze sulla popolazione.
Il risultato è un Paese sospeso, in cui la priorità diventa la sopravvivenza e la difesa della nazione, mentre le battaglie civili vengono inevitabilmente accantonate. Ma la prospettiva, conclude la giornalista, resta quella di un ritorno: quando la guerra finirà, toccherà ancora una volta agli iraniani ricostruire e riprendere il cammino per i propri diritti.


