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Meloni al bivio: rimpasto chirurgico per evitare il voto, ma il vero passaggio è al Colle

Pubblicato: 29/03/2026 07:30

Il bivio è ormai davanti a Giorgia Meloni, ma non è quello più semplice da percorrere. Da una parte c’è la tentazione — crescente dentro la maggioranza — di giocare la carta delle elezioni anticipate; dall’altra la necessità, politica e istituzionale, di tenere la barra dritta fino al 2027, come la premier ha più volte ribadito. Nel mezzo si apre una strada intermedia, più complessa ma al momento considerata la più praticabile: quella di un rimpasto chirurgico capace di ridare slancio all’esecutivo senza aprire una crisi formale. Per questo Meloni ha iniziato a sondare gli alleati, cercando un equilibrio che oggi non è garantito dai soli rapporti personali, definiti “buoni” ma insufficienti a sciogliere i nodi politici.

Il primo snodo riguarda direttamente l’assetto del governo. La scelta di mantenere l’interim del Turismo non è casuale, ma segnala che qualcosa si sta muovendo. L’ipotesi più concreta è lo spostamento di Adolfo Urso, con l’obiettivo di inserire una figura nuova al ministero dello Sviluppo Economico capace di ricucire il rapporto con il mondo delle imprese. Un punto diventato sensibile dentro la maggioranza, dove si registra da tempo una distanza tra il dicastero e Confindustria, nonostante il dialogo diretto con Palazzo Chigi. Il rimpasto, in questa chiave, servirebbe prima di tutto a correggere gli equilibri economici dell’esecutivo.

Il nodo Zaia e gli equilibri nel centrodestra

Ma il vero punto politico è il nome che potrebbe entrare in partita: Luca Zaia. È attorno a lui che si concentra il confronto più delicato tra gli alleati. La sua eventuale nomina rafforzerebbe la Lega, dando al partito un ministero chiave e, allo stesso tempo, riequilibrando le tensioni interne legate alla figura del generale Vannacci. Una soluzione che però trova le resistenze di Forza Italia, preoccupata di perdere terreno sia negli equilibri di governo sia nella competizione al Nord. È su questo equilibrio che si gioca la possibilità stessa del rimpasto.

Il passaggio decisivo, però, non è solo politico ma istituzionale. Qualunque soluzione dovrà passare dal Quirinale, e a Palazzo Chigi si è ben consapevoli che il margine esiste ma non è illimitato. Il cosiddetto “Meloni-bis” resta sullo sfondo come ipotesi estrema, mentre il rimpasto viene considerato tecnicamente praticabile, a condizione di un’interlocuzione positiva con il Colle. È qui che il bivio diventa reale: non tra voto e non voto, ma tra stabilità e trasformazione dell’esecutivo.

Tra referendum, conti pubblici e rischio logoramento

Sul tavolo, intanto, restano anche altri dossier decisivi. A partire dalla posizione del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che dopo il referendum e le tensioni interne avrebbe manifestato segnali di stanchezza. L’ipotesi allo studio è affiancargli un sottosegretario tecnico, magari proveniente dalla magistratura, anche come riconoscimento per chi si è esposto a favore della riforma. Un intervento che servirebbe a blindare un ministero chiave in una fase già segnata da forti pressioni politiche e giudiziarie.

Il quadro complessivo resta però sospeso tra vincoli politici ed economici. Da un lato pesano la guerra e la congiuntura economica, che rendono rischioso il ricorso alle urne; dall’altro cresce il timore che l’ultimo anno di legislatura trasformi il governo in un bersaglio continuo, un “pupazzo da tirassegno” esposto agli attacchi politici e mediatici. In questo scenario, il vero punto di equilibrio passa anche dai conti pubblici. Il deficit si muove su margini minimi, “sullo 0,0”, come ha ammesso Giancarlo Giorgetti: un arrotondamento al 3% significherebbe evitare la procedura d’infrazione europea e ottenere maggiore flessibilità per la legge di Bilancio, oltre all’accesso ai fondi per la Difesa.

È qui che il rimpasto assume un valore strategico più ampio. Non solo una risposta politica alle tensioni interne, ma uno strumento per arrivare a fine legislatura con un governo ancora operativo e credibile. Meloni lo ha sintetizzato con una frase semplice ma indicativa: “Ci provo”. Non è una decisione presa, ma è già una direzione. E in questa direzione, oggi, il voto anticipato resta l’ultima carta, non la prima.

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Ultimo Aggiornamento: 29/03/2026 07:57

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