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“Il sistema Gravina”: i “figli di” in federazione, il consenso bulgaro, i fallimenti sportivi. Perché il presidente Figc farebbe bene a lasciare subito

Pubblicato: 01/04/2026 15:58

La terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali ha riportato al centro non soltanto il tema dei risultati, ma anche quello del modello di potere costruito negli anni attorno alla Federcalcio di Gabriele Gravina. Anche i media internazionali descrivono il nuovo tonfo azzurro come un punto di minimo storico per il calcio italiano, mentre in Italia il ministro per lo Sport Andrea Abodi ha chiesto una rifondazione del sistema federale, prendendo di mira la guida della Figc. Gravina ha escluso dimissioni immediate, rinviando ogni valutazione al Consiglio federale.

Il punto, però, è che oggi il tema non è più solo tecnico o sportivo. Attorno a Gabriele Gravina si è consolidato negli anni un sistema di relazioni, protezioni e gestione del consenso che ha resistito al fallimento del 2022, alle tensioni con la politica, agli scandali che hanno colpito il movimento e al progressivo deterioramento dell’immagine internazionale del calcio italiano. La sua rielezione al terzo mandato nel 2025 ha confermato questa capacità di tenuta interna, nonostante un contesto già allora segnato da critiche e fratture, come ha ben ricostruito Il Fatto Quotidiano.

I casi dei “figli di” nella galassia FIGC

Sul piano dei fatti documentati, emergono due casi che hanno alimentato il dibattito pubblico sulla gestione federale. Il primo riguarda Marta Giorgetti, figlia del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, entrata inizialmente con uno stage e poi confermata a tempo determinato. Il secondo è quello di Filippo Tajani, figlio del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, inserito nel dipartimento che si occupa di EURO 2032.

Entrambi i casi sono stati riportati da Il Fatto Quotidiano e ripresi da Calcio e Finanza, che li hanno collocati nel quadro di una più ampia commistione tra sport e politica. Secondo queste ricostruzioni, il ruolo della FIGC come datore di lavoro di familiari di esponenti chiave del governo avrebbe contribuito a rafforzare la posizione di Gravina in una fase delicata della sua gestione.

Il nodo dell’opportunità politica

Il tema non riguarda la legittimità formale delle assunzioni. Le federazioni sportive sono enti di diritto privato e hanno ampia autonomia nelle scelte organizzative. Il punto è piuttosto l’opportunità politica e istituzionale di queste scelte.

Inserire nella struttura federale i figli di due ministri centrali del governo, in un momento di forte pressione sulla governance del calcio, ha alimentato interrogativi sulla tenuta e sull’indipendenza del sistema. È questo il nodo che le analisi giornalistiche hanno evidenziato, parlando di un intreccio tra potere sportivo e politico che ha contribuito a rendere più solida la posizione del presidente FIGC.

Tre Mondiali falliti e una responsabilità politica

Sul piano sportivo, i numeri sono ormai il primo elemento di accusa. L’Italia è diventata la prima ex campione del mondo a mancare tre edizioni consecutive della Coppa del Mondo, dopo il 2018 e il 2022, parla apertamente di una crisi strutturale del calcio italiano.
In questo contesto, la permanenza di Gravina al vertice federale rende impossibile separare il fallimento tecnico dalla responsabilità della governance. Il tema non è più solo la Nazionale, ma l’intero sistema che non riesce a produrre risultati né a rinnovarsi.

Lo scontro con la politica e il nodo dei controlli

Negli ultimi anni si è intensificato anche il confronto tra FIGC e governo. Reuters ha documentato lo scontro sul progetto di un organismo esterno di controllo dei bilanci del calcio professionistico, contestato dalla federazione e dalle istituzioni calcistiche internazionali.

Questo passaggio evidenzia un altro elemento centrale del “sistema Gravina”: la difesa dell’autonomia del calcio, spesso intrecciata con una gestione accentrata del potere federale. Un equilibrio che ha consentito alla sua presidenza di resistere a pressioni esterne, ma che oggi viene rimesso in discussione.

Un sistema che ha retto a tutto

La lunga permanenza di Gravina alla guida della FIGC è il risultato di una capacità di gestione interna e di costruzione del consenso che ha attraversato crisi sportive, scandali e tensioni istituzionali. Il Fatto Quotidiano ha descritto questo assetto come un vero e proprio sistema di potere, sostenuto da relazioni trasversali nel mondo politico e sportivo.

Non si tratta solo di una leadership forte, ma di un modello che ha garantito stabilità al vertice federale anche nei momenti più difficili.

Perché oggi si chiede un passo indietro

Le richieste di dimissioni non nascono soltanto dall’ultimo risultato negativo. Nascono dal fatto che il fallimento sportivo si somma a un problema di credibilità istituzionale.

Quando una federazione accumula tre esclusioni consecutive dai Mondiali e allo stesso tempo si trova al centro di polemiche sulla gestione del potere e sui rapporti con la politica, la questione non è più solo tecnica. È una questione di rappresentanza e di fiducia.

Dall’estero descrivono un calcio italiano in difficoltà profonda, mentre in Italia il tema è diventato politico oltre che sportivo. È in questo contesto che il “sistema Gravina” viene messo in discussione. Non per un singolo episodio, ma per un insieme di fattori che riguardano risultati, governance e immagine internazionale. Una crisi che oggi impone una riflessione più ampia sulla guida del calcio italiano. Insomma, se non vuole passare alla storia solo per le ombre e i fallimenti della sua stagione in Figc, Gravina farebbe bene a lasciare. Subito.

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Ultimo Aggiornamento: 01/04/2026 16:04

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