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“Perché l’ho fatto”. Giacomo Bongiorni, il 17enne in carcere rompe il silenzio

Pubblicato: 17/04/2026 17:21

Il tragico episodio avvenuto la sera dell’11 aprile scorso ha segnato profondamente la comunità locale, portando alla morte di Giacomo Bongiorni, un uomo la cui vita si è spenta brutalmente davanti agli occhi del proprio figlio. Al centro della vicenda giudiziaria si trova un giovane di diciassette anni, considerato una promessa della boxe, per il quale il giudice per le indagini preliminari del tribunale minorile di Genova ha disposto la custodia cautelare. Dopo l’udienza di convalida che si è svolta nella mattinata di giovedì, il ragazzo è stato trasferito dal centro di prima accoglienza ligure all’istituto penale minorile di Firenze. La decisione del magistrato conferma la gravità dell’accusa di omicidio volontario, nonostante i tentativi della difesa di inquadrare l’azione in un contesto differente.

La decisione del Gip minorile

La convalida del fermo rappresenta un passaggio cruciale in questa indagine complessa che vede coinvolte altre quattro persone. Il diciassettenne è infatti uno dei cinque indagati iscritti nel registro della Procura con l’ipotesi di reato di omicidio. Durante il colloquio con le autorità, il giovane atleta ha cercato di fornire la propria versione dei fatti per spiegare la dinamica che ha portato al decesso di Bongiorni. Assistito dal suo legale, l’avvocato Nicola Forcina, l’imputato ha scelto di non avvalersi della facoltà di non rispondere, affrontando invece le domande poste dal giudice per chiarire la propria posizione e il proprio ruolo nella violenta rissa scoppiata in piazza Palma.

La dinamica dello scontro fisico

Secondo quanto dichiarato dal ragazzo durante l’interrogatorio di garanzia, l’aggressione non sarebbe partita da lui. Il diciassettenne ha ribadito con fermezza di aver subito una testata da parte di Giacomo Bongiorni prima di reagire. Solo in quel momento, stando alla sua ricostruzione, avrebbe sferrato il pugno fatale come forma di difesa immediata. Questa tesi difensiva punta a dimostrare l’assenza di una volontà omicida iniziale, cercando di trasformare l’accusa in una reazione scomposta a un’offesa fisica ricevuta. Il giovane ha insistito sul fatto che il suo gesto è stato una risposta istintiva e proporzionata a un attacco che lo aveva colpito per primo.

A supporto della versione fornita dall’indagato ci sarebbero le dichiarazioni di due testimoni oculari che si trovavano in piazza Palma quel sabato sera. L’avvocato Forcina ha sottolineato come queste narrazioni siano fondamentali per comprovare la tesi della provocazione iniziale. Il primo testimone sarebbe un altro minore, un amico del gruppo degli indagati che, pur non avendo preso parte attiva alla rissa, avrebbe osservato l’intera sequenza degli eventi da una posizione ravvicinata. Di particolare rilievo risulta però la seconda testimonianza, fornita da una ragazza che sedeva a un tavolino di un locale della piazza. Quest’ultima viene considerata una testimone super partes, poiché non avrebbe alcun legame di conoscenza o amicizia con i cinque ragazzi coinvolti nell’indagine.

Le indagini si scontrano tuttavia con un ostacolo tecnico non indifferente relativo ai sistemi di videosorveglianza. Nonostante la presenza di telecamere in piazza Palma, esiste un vuoto documentale preoccupante. L’avvocato Enzo Frediani, difensore di un altro degli indagati, il diciannovenne Eduard Alin Carutasu, ha spiegato che non esiste un filmato capace di coprire integralmente lo svolgimento della rissa. Una zona d’ombra, causata in parte dalla presenza di un albero che oscura la visuale di uno degli obiettivi, impedisce di vedere chiaramente il momento esatto in cui sarebbe avvenuta la presunta testata. Le immagini attualmente a disposizione degli inquirenti documentano con precisione solo la fase iniziale e quella conclusiva dello scontro, lasciando scoperto proprio il cuore del conflitto fisico.

Le versioni contrastanti delle vittime

Parallelamente alla difesa dei ragazzi, gli investigatori stanno analizzando con estrema attenzione i racconti forniti dalle persone vicine alla vittima. La fidanzata di Bongiorni e suo fratello, Gabriele Tognocchi, che è rimasto ferito durante lo scontro, hanno offerto ricostruzioni che dovranno essere incrociate con quelle dei testimoni esterni. Al momento, la ricostruzione dei fatti appare frammentata e condizionata dai diversi punti di vista. Mentre la difesa spinge per il riconoscimento della legittima difesa o comunque di una reazione provocata, l’accusa mantiene la linea della volontarietà dell’omicidio, aggravata dalla sproporzione delle forze in campo e dalla formazione atletica del diciassettenne, la cui perizia nel colpire potrebbe aver trasformato un semplice pugno in un’arma letale. Il trasferimento del minore nel carcere di Firenze segna l’inizio di una fase cautelare che servirà a cristallizzare le prove prima del processo.

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