
Non era un avvertimento: secondo gli investigatori della Procura di Roma, la bomba piazzata il 16 ottobre 2025 vicino all’abitazione di Sigfrido Ranucci, volto di Report su Rai Tre, sarebbe stata un vero tentativo di omicidio. E stasera la trasmissione promette un nuovo colpo di scena: l’inchiesta firmata da Daniele Autieri ricostruisce i dettagli più inquietanti, con una pista che porta a un politico del casertano legato alla camorra.
È una storia che mescola cronaca, potere e paura. E che, puntata dopo puntata, rischia di trasformarsi in una “bomba” mediatica destinata a far discutere ben oltre il piccolo schermo.
La frase che pesa come un macigno, il commando e la pista che porta in Campania
Il primo frammento che accende i riflettori è un’intercettazione finita agli atti. È il 30 ottobre 2025, pochi giorni dopo l’esplosione. Roberto Cavazzana, proprietario del Cantiere navale Vittoria di Adria, dice: “Hai visto che Report non ha più fatto un cazzo?”.
Il punto è che, in quel momento, la prima inchiesta di Report sul cantiere non era ancora andata in onda. Proprio per questo quella frase oggi viene letta come un tassello pesante nel puzzle che la Procura sta cercando di ricomporre.
Gli inquirenti avrebbero individuato anche l’auto usata dal commando: tre persone, arrivate dalla Campania e rientrate in Campania subito dopo aver piazzato l’ordigno. Un’azione descritta come precisa, tutt’altro che improvvisata.
E soprattutto, secondo gli esperti, quella bomba avrebbe potuto uccidere. Non un gesto dimostrativo, dunque, ma un’azione con un obiettivo netto: eliminare il giornalista.
La lettera anonima e il nome che fa rumore
Alla redazione di Report sarebbe arrivata una lettera anonima che, secondo quanto anticipa Dagospia, indicherebbe movente e possibili mandanti. Nella missiva si parla di “un deputato” della provincia di Caserta, collegato a famiglie camorristiche, che avrebbe fatto da “tramite tra gli esecutori e i mandanti”.
Tradotto: una figura politica al centro di una catena che, nell’ipotesi investigativa, collega criminalità organizzata e attentato a un giornalista che stava indagando su un’azienda considerata strategica per lo Stato.
Il cantiere navale Vittoria e i soldi sotto la lente
Al centro del racconto c’è il Cantiere navale Vittoria di Adria, sottoposto al golden power della presidenza del Consiglio per la sua rilevanza strategica. Qui si producono motovedette militari per la Guardia di finanza italiana e per le guardie costiere di Tunisia, Libia, Cipro, Malta e Oman.
Report ha già ricostruito come Cavazzana si sia aggiudicato il cantiere all’asta investendo 8,2 milioni di euro, ma senza liquidità al momento del rogito, dopo che un precedente manager con un passato in CasaPound non era riuscito a chiudere l’operazione.
Fatture, crediti fiscali e una rete di società
A coprire cinque milioni di euro di fatture sarebbe stata Arkipiù, società della provincia di Caserta di Giuseppe D’Onofrio, con il figlio dipendente a Palazzo Chigi. Secondo l’Agenzia delle entrate, quei soldi sarebbero stati maturati con crediti fiscali legati a lavori mai realizzati, certificati da direttori dei lavori di un consorzio, la rete Het, riconducibile allo stesso Cavazzana.
Un meccanismo che, nella ricostruzione, si muove tra carte, società e passaggi finanziari: elementi tecnici che diventano centrali perché raccontano il contesto in cui, secondo gli investigatori, matura l’attentato.
La società fantasma e l’ombra dei Casalesi
La rete Het di Cavazzana avrebbe versato 3,3 milioni di euro alla società Pev per lavori che nessuno avrebbe mai eseguito. La Pev ha sede a San Marcellino, nel casertano, ed è posseduta da Enrico Petrarca, che nel 2016 si sarebbe candidato a sostegno di un aspirante sindaco oggi presidente della provincia di Caserta, sostenuto dal parlamentare meloniano Gimmi Cangiano.
Il dettaglio più pesante, però, riguarda i legami familiari: Petrarca sarebbe parente diretto di Mario Coscione, detto o’ Russo, descritto dagli inquirenti come vicino al boss Carmine Zagaria e figura di spicco del clan dei Casalesi.
Spostamenti, incontri e pagamenti: la tensione sale
I movimenti sarebbero stati monitorati: Cavazzana si sarebbe recato nel casertano subito dopo aver saputo dell’inchiesta di Report. I Petrarca si sarebbero spostati più volte da San Marcellino verso Rovigo. In almeno una di queste occasioni ci sarebbe stato anche Coscione.
E, sempre secondo quanto ricostruito, prima e dopo l’attentato le società di Cavazzana avrebbero versato alla Pev oltre un milione di euro per lavori fittizi. Un intreccio che, messo in fila, ha il sapore di una trama da thriller. Solo che qui è cronaca.
Perché questa storia riguarda tutti
Quello che emerge è il ritratto di un sistema dove denaro pubblico, appalti strategici, criminalità organizzata e potere politico si intrecciano fino a produrre — nell’ipotesi investigativa — un attentato contro un giornalista.
Quello che è stato raccontato nella puntata di ieri sera di Report potrebbe aprire una fase nuova: non solo nell’inchiesta sull’attentato a Ranucci, ma anche nel modo in cui si guarderà a questa rete di relazioni, soldi e responsabilità. Una di quelle storie che, quando esplodono, non lasciano nessuno indifferente.


