
La tragedia si consuma in poche ore, ma lascia dietro di sé un tempo molto più lungo, fatto di silenzi, segnali mancati e parole che arrivano sempre dopo. Una madre, tre figli, un gesto estremo che rompe ogni equilibrio e che riporta al centro una domanda inevitabile: cosa c’è davvero dietro eventi come questo. Nel racconto pubblico, spesso, la risposta arriva subito e prende la forma di una spiegazione semplice, quasi automatica, capace di chiudere il discorso più che di aprirlo. È proprio contro questa semplificazione che si inseriscono le parole di Paolo Crepet, che sceglie un tono netto e senza attenuanti.
Il punto da cui parte lo psichiatra è il rifiuto di una narrazione che riduce tutto a un episodio improvviso, a un impulso incontrollabile. Una lettura che, secondo lui, rischia di svuotare completamente il senso della tragedia. Parlare di gesto d’impeto significa, in fondo, togliere profondità a ciò che è accaduto, trasformando un percorso complesso in un attimo isolato. Crepet contesta proprio questo meccanismo, mettendo in discussione il modo stesso in cui questi fatti vengono raccontati.
La critica al raptus e alla semplificazione
Le parole sono dure e non lasciano spazio a interpretazioni: “non dite fesserie”. È questa la frase che riassume la posizione di Crepet, un attacco diretto all’idea del raptus come spiegazione sufficiente. Per lo psichiatra, definire così un gesto di questa portata significa ignorare tutto ciò che lo precede, cancellare la possibilità di comprendere davvero il dolore che lo ha generato.
Dietro un evento estremo non c’è mai un vuoto improvviso, ma una traiettoria che si sviluppa nel tempo. Una traiettoria che spesso resta invisibile, non perché non esista, ma perché nessuno riesce a leggerla. È su questo che Crepet insiste: la necessità di andare oltre la superficie, di non fermarsi alla prima spiegazione disponibile, di non accontentarsi di una versione che tranquillizza ma non spiega.
Il peso della solitudine
Al centro della sua analisi c’è la solitudine, indicata come il vero elemento decisivo. Non una solitudine episodica, ma una condizione profonda, quotidiana, che cresce senza essere intercettata. Crepet sottolinea come il disagio della donna non sia stato riconosciuto, come non ci sia stata una rete capace di coglierlo prima che fosse troppo tardi.
In questo quadro, anche le parole usate dopo la tragedia diventano parte del problema. Definire la vittima come una “brava donna” o sottolinearne la religiosità, secondo lo psichiatra, non aiuta a capire. Sono formule che rassicurano, ma che non spiegano nulla. Il nodo, invece, resta uno: la mancanza di relazioni reali, di presenze capaci di vedere e intervenire. È in quello spazio vuoto che, lentamente, si costruisce il punto di rottura.


