
C’è un momento, nel dibattito sempre più caotico del campo largo, in cui riemerge una voce che conosce bene vittorie e sconfitte del centrosinistra. Massimo D’Alema torna a parlare e lo fa con un messaggio preciso, quasi un avvertimento rivolto direttamente a Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Non è un intervento qualsiasi: è un retroscena politico che fotografa tensioni, paure e strategie ancora tutte da definire.
Il punto più delicato riguarda le primarie, diventate negli ultimi mesi il terreno su cui si misura la leadership futura. Ma proprio qui D’Alema alza il livello dello scontro, mettendo in guardia da quello che definisce un rischio concreto di “autolesionismo” politico.
Il nodo primarie e il rischio implosione
Secondo l’ex presidente del Consiglio, immaginare primarie di coalizione con uno scontro diretto tra partiti è una strada pericolosa. Il motivo è semplice: una competizione troppo dura rischia di lasciare ferite difficili da ricucire.
L’immagine evocata è chiara. Partiti che si affrontano senza esclusione di colpi e che, subito dopo, dovrebbero presentarsi insieme agli elettori come un’alternativa credibile. Una dinamica che, nelle parole di D’Alema, non reggerebbe sul piano politico né su quello della percezione pubblica.
Il riferimento è anche storico. Negli anni dell’Ulivo, ricorda, la forza della coalizione nacque dalla scelta condivisa del leader, non da una competizione interna che avrebbe potuto spaccare l’elettorato tra ex democristiani ed ex comunisti.
Conte e Schlein sotto pressione
Il messaggio arriva in un momento in cui sia Conte sia Schlein sembrano orientati a non escludere il passaggio delle primarie. Entrambi sanno che la leadership del campo largo è ancora aperta e che una legittimazione popolare potrebbe rafforzare la propria posizione.
Ma proprio per questo, il rischio di uno scontro frontale cresce. E con esso il timore, sempre più diffuso tra i dirigenti, che la competizione interna possa trasformarsi in un boomerang.
D’Alema, senza mai citarli direttamente come destinatari esclusivi, manda un segnale chiaro: la leadership non può essere costruita a colpi di contrapposizione interna, soprattutto in una coalizione già fragile e attraversata da identità politiche molto diverse.
Il campo largo e il problema della leadership
Dietro il tema delle primarie si nasconde una questione più ampia: la difficoltà del centrosinistra di costruire una proposta unitaria. Il campo largo esiste più sulla carta che nella realtà, e continua a oscillare tra tentativi di allargamento e tensioni interne.
D’Alema individua tre direttrici. La prima è quella di una “Costituente” capace di coinvolgere società civile e mondo intellettuale, andando oltre i partiti. La seconda è l’apertura verso un elettorato moderato in difficoltà, sempre meno rappresentato nel centrodestra attuale. La terza, implicita ma centrale, è proprio la gestione della leadership.
In questo quadro, l’idea che siano le elezioni – e non le primarie – a stabilire i rapporti di forza resta una delle ipotesi sul tavolo.
Il peso del passato e le incognite del futuro
Il richiamo alla storia non è casuale. D’Alema ricorda che il centrosinistra ha vinto quando è riuscito a costruire un equilibrio tra partiti e società, evitando fratture interne troppo profonde.
Oggi, invece, il rischio è quello opposto. L’entusiasmo dopo il referendum e la percezione di una possibile debolezza del governo non bastano a costruire un’alternativa. Serve una sintesi politica che, al momento, appare lontana.
Un avviso che pesa
Il ritorno di D’Alema nel dibattito non è solo un contributo teorico. È un segnale politico che arriva in un momento cruciale. Il campo largo deve decidere come scegliere il proprio leader, ma soprattutto come evitare di dividersi prima ancora di presentarsi agli elettori.
L’avviso è chiaro: senza una gestione condivisa della leadership, il rischio non è solo quello di perdere le elezioni, ma di non arrivarci nemmeno come coalizione credibile.


