
C’è una frase che più di tutte attraversa il nuovo faccia a faccia tra Washington e Pechino. Non riguarda i dazi, Taiwan o il commercio globale. Riguarda il declino americano. E il fatto che a evocarlo, pur per respingerlo, sia stato direttamente Donald Trump dice molto del clima internazionale che circonda oggi gli Stati Uniti.
Da Pechino, durante la visita ufficiale e dopo il colloquio con Xi Jinping, il presidente americano ha affidato ai social una lunga risposta a quella che considera ormai una narrativa globale consolidata. Secondo Trump, gli Stati Uniti erano davvero una “nazione in declino”, ma solo durante la presidenza di Joe Biden. Con il suo ritorno alla Casa Bianca, sostiene invece il leader repubblicano, sarebbe iniziata una nuova fase di “spettacolare ascesa”.
Nel messaggio pubblicato nella notte americana, Trump attribuisce all’amministrazione Biden il caos economico e culturale degli ultimi anni. Cita le frontiere aperte, l’inflazione, le politiche inclusive, la criminalità e gli accordi commerciali giudicati fallimentari. Dall’altra parte rivendica i risultati dei suoi primi sedici mesi di governo, parlando di mercati in crescita, investimenti record negli Stati Uniti, rilancio dell’occupazione e rafforzamento militare americano.
La percezione globale del declino
Il punto politicamente più interessante, però, non è l’autodifesa di Trump. È il fatto stesso che il presidente senta il bisogno di rispondere al tema del declino degli Stati Uniti. Per anni Washington ha rappresentato l’idea stessa della potenza inevitabile. Oggi invece, tra guerre aperte, tensioni energetiche, polarizzazione interna e rapporti sempre più complicati con gli alleati europei, la sensazione di un’America meno dominante attraversa molti ambienti diplomatici e finanziari.
Trump prova a trasformare questa percezione in una colpa esclusivamente attribuibile a Biden. È il suo schema politico classico: ereditare un disastro e presentarsi come il restauratore della grandezza americana. Ma il confronto con la Cina rende tutto più delicato. Perché il vero sfondo strategico del viaggio a Pechino è la competizione tra una superpotenza storica e una potenza emergente che da anni punta apertamente a ridisegnare gli equilibri globali.
Non a caso Xi Jinping ha richiamato anche il tema della cosiddetta “trappola di Tucidide”, cioè il rischio storico che il confronto tra una potenza dominante e una in ascesa possa sfociare in uno scontro diretto. Un concetto diventato centrale nel dibattito geopolitico contemporaneo.
Trump punta tutto sulla velocità politica
Nel suo messaggio Trump descrive una rinascita americana già compiuta. Il problema è che i grandi cicli storici raramente si muovono con la velocità dei social network. L’ascesa e il declino delle potenze passano attraverso processi economici, demografici, industriali e culturali lunghi decenni.
Trump invece interpreta tutto in chiave immediata. Se i sondaggi calano o cresce la percezione di debolezza americana, la risposta arriva sotto forma di contro-narrazione istantanea. È anche questo uno degli elementi che caratterizzano la sua leadership politica: la convinzione che la battaglia per la percezione pubblica conti quanto, se non più, della realtà materiale.
Resta da capire se questa strategia funzionerà anche nel medio periodo. Le elezioni di midterm di novembre saranno il primo grande test politico interno sulla narrazione trumpiana della nuova “America vincente”. E diranno anche quanto gli americani credano davvero che il tempo del declino sia già finito.


