
Tra vecchie relazioni diplomatiche, polemiche politiche e ombre sui rapporti con Mosca, il nome di Roberto Vannacci torna al centro del dibattito insieme a quello dell’ex ambasciatore italiano in Russia Giorgio Starace. A riaccendere le tensioni è stata la celebrazione del 9 maggio a Villa Abamelek, residenza dell’ambasciatore russo a Roma, trasformata da anni in uno dei simboli più controversi dei rapporti tra Italia e Russia mentre la guerra in Ucraina continua.
L’episodio ha riportato sotto i riflettori non soltanto le posizioni filorusse attribuite da tempo a una parte della politica italiana, ma anche le valutazioni sbagliate fatte nei mesi precedenti all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca. Sullo sfondo restano le accuse di leggerezza diplomatica e politica verso chi, secondo i critici, avrebbe continuato a coltivare relazioni con l’entourage russo anche dopo l’inizio del conflitto.
Le previsioni sbagliate di Vannacci sull’invasione russa in Ucraina
Prima di diventare protagonista della scena politica italiana, Roberto Vannacci era addetto militare presso l’ambasciata italiana a Mosca. Ed è proprio il suo ruolo durante i mesi precedenti all’invasione dell’Ucraina a essere tornato oggetto di discussione dopo le rivelazioni contenute nel libro dell’ex ambasciatore Giorgio Starace, La pace difficile. Diari di un ambasciatore a Mosca.
Nel volume, Starace racconta come Vannacci fosse convinto che non ci sarebbe stato “un conflitto di vaste proporzioni” e descrive le sue valutazioni ottimistiche sull’offensiva russa. Secondo quanto riportato dall’ex ambasciatore, il generale avrebbe parlato di un ingresso dei russi in Ucraina “come un coltello nel burro”, prevedendo una rapida avanzata verso Kyiv e una capitolazione del presidente Volodymyr Zelensky nel giro di poche settimane.
Parole che oggi assumono un peso politico diverso, soprattutto alla luce del ruolo assunto successivamente da Vannacci all’interno della Lega e poi nel suo progetto politico personale, Futuro Nazionale.

Il caso Villa Abamelek e gli ulivi piantati con l’ambasciatore russo
A far esplodere nuovamente le polemiche è stata però la presenza dello stesso Giorgio Starace alla celebrazione del 9 maggio organizzata a Villa Abamelek dall’ambasciatore russo Alexey Paramonov per ricordare la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale.
Durante l’evento, Starace e Paramonov hanno piantato insieme un ulivo, gesto raccontato con enfasi dallo stesso ambasciatore russo sui suoi canali ufficiali. Paramonov ha descritto l’iniziativa come un messaggio contro “la militarizzazione dell’Europa” e come un segnale politico rivolto al Quirinale e a Palazzo Chigi.
La scena ha inevitabilmente acceso nuove critiche, soprattutto considerando il profilo dello stesso Paramonov, diplomatico che negli ultimi anni ha più volte attaccato il governo Meloni, il presidente Sergio Mattarella e le posizioni italiane sulla guerra in Ucraina.
Le ombre sui rapporti con Mosca
Il caso assume contorni ancora più delicati se si considera il contesto economico e diplomatico di quegli anni. Il fratello di Giorgio Starace, Francesco Starace, era infatti amministratore delegato di Enel nel periodo dell’invasione russa dell’Ucraina, quando il gruppo energetico italiano manteneva ancora importanti interessi economici in Russia.
Dopo l’inizio della guerra, Enel decise di cedere parte dei propri asset russi grazie a una deroga concessa direttamente dal Cremlino. Un dettaglio che oggi viene riletto da alcuni osservatori come parte di un quadro più ampio di rapporti e interlocuzioni mai completamente interrotti tra ambienti italiani e Mosca.
Nel frattempo, Villa Abamelek continua a essere considerata da molti uno dei principali centri della cosiddetta “Roma russa”, luogo di relazioni diplomatiche, eventi e incontri che proseguono anche mentre il conflitto in Ucraina resta aperto e il clima internazionale si fa sempre più teso.
La polemica politica continua
L’intera vicenda riapre così il dibattito sul rapporto tra una parte della politica italiana e la Russia di Vladimir Putin. Le critiche si concentrano non soltanto sulle previsioni sbagliate fatte alla vigilia dell’invasione, ma anche sull’atteggiamento mantenuto dopo lo scoppio della guerra.
Per gli avversari politici di Vannacci e per molti osservatori, il problema non sarebbe stato soltanto aver sottovalutato le intenzioni del Cremlino, ma aver continuato a coltivare relazioni e simboli di dialogo con l’ambiente diplomatico russo mentre l’Ucraina veniva devastata dal conflitto.


